Un freddo mattino di dicembre mi accorsi, non senza stupore, che inverno aveva voluto far dono all’intera città di un’abbondante nevicata. L’evento mi mise tanto di buon umore che, dopo una frugale e veloce colazione, mi impegnai ad arrivare ugualmente in orario all’ambulatorio.
   La quasi totale assenza di movimento mi sorprese enormemente, l’asprezza del clima aveva infatti scacciato la gente da strade e vicoli costringendola nelle case o nei posti di lavoro trasformando così la città in un gelido e silenzioso deserto in cui sembrava quasi di poter udire il lento fluire del tempo.
   Trovai la sala d’aspetto desolata. Una volta in ambulatorio mi diressi verso l’ampia finestra da cui potei osservare la neve scendere di nuovo, leggera e fitta, sui tetti già ricoperti da uno spesso e candido manto. Un’ora dopo ero indeciso se tornare a casa oppure attendere ancora l’arrivo di qualcuno anche se giudicavo la cosa piuttosto improbabile. Mi attirava invece l’idea di girovagare per la città, ora che mi si presentava in un volto inconsueto, però la mia scarsa resistenza al freddo mi trattenne a lungo dall’intraprendere questa iniziativa.
   Decisi infine di uscire a verificare se il rifornimento delle edicole era stato pregiudicato dalla nevicata, per poi, appena avessi provato troppo freddo, entrare a ristorarmi in un bar e infine rientrare a casa. Era meglio che mi rilassassi per qualche ora, dato che, come ormai sapevo per esperienza, ad un’ondata di forte maltempo sarebbe puntualmente seguito un esercito di ammalati e quindi un notevole carico di lavoro.
   Una volta fuori dell’antico palazzo in cui, all’attico, avevo ricavato il mio ambulatorio, preferii attraversare il dedalo di viuzze di cui il centro storico era ricco, piuttosto che recarmi direttamente alla più vicina piazza in cui avrei dovuto affrontare neve alta e vento glaciale. Mentre percorrevo una via abbastanza ampia e tortuosa che mi avrebbe condotto ad un’edicola, mi ricordai all’improvviso che, se avessi deviato per il vicolo di sinistra posto a metà tragitto, avrei risparmiato molta strada e tempo.
   Dopo averne percorso un buon tratto, proprio dove era un ampio slargo, da una porta di un’abitazione che a me era sempre sembrata disabitata, si affacciò una donna dall’aspetto dimesso che mi colpì profondamente. Sembrava il ritratto della miseria stessa. Indossava vesti logore e sul capo e sulle spalle si era buttato un lungo e pesante scialle rosso. I suoi occhi esprimevano tutto il dolore di una vita di stenti e privazioni mentre le labbra contratte in un’indelebile smorfia sembravano voler manifestare un grande e represso bisogno di abbandonarsi ad un pianto senza fine.
    Mi ricordai allora di alcune famiglie di profughi slavi, quasi dei gitani, che si erano stabilite da pochi anni in fatiscenti abitazioni del centro storico disabitate da decenni. Molti di questi nuclei familiari in qualche modo erano riusciti con il tempo a risistemare quei ruderi Pensai così che forse faceva parte di una famiglia giunta da poco in Italia alla ricerca di una sorte migliore. I nostri sguardi si incontrarono. Allora la donna infondendosi coraggio si rivolse a me nella più stretta forma di dialetto che avessi mai udito nemmeno nelle mie frequentazioni delle più remote zone montane.
   Capii, con molta difficoltà, che si stava lamentando delle condizioni del proprio figlio. Le chiesi allora cosa le fosse accaduto e se potessi esserle di qualche aiuto e lei, per tutta risposta, mi prese rispettosamente per una mano e mi condusse all’interno della sua abitazione dove, accanto ad una vecchissima stufa a legna, si trovava un letto di ferro arrugginito sul quale giaceva un bambino di cinque o sei anni, in preda a altissima febbre. Non mi ci volle molto a diagnosticargli una polmonite in stato avanzato. Comunicai alla madre la natura del male chiedendole il permesso di praticargli un’iniezione di antibiotico. Per fortuna non mi separo mai dalla mia borsa.
   Capito che ero un medico, la donna mi guardò estasiata a mani giunte mentre il suo volto si faceva radioso e grandi lacrime le facevano brillare gli occhi di gioia rigandole il volto sofferto. Si portò accanto al figlio, lo baciò, e, parlandogli dolcemente in un orecchio, lo esortò, sempre in dialetto strettissimo, a restare calmo perché ora sarebbe guarito. Dopo aver praticato l’iniezione cercai di parlare alla donna, però più di una volta mi parve che non capisse quanto le dicevo nonostante i miei sforzi per essere semplice e chiaro.
   Le chiesi come mai non si fosse rivolta al proprio medico di famiglia, e lei, piuttosto meravigliata per la mia domanda, mi rispose, sempre in un italiano stentato, e senza avere l’ardire di guardarmi negli occhi, quasi vergognandosene, che la sua famiglia era poverissima e non poteva permetterselo.
   Mi sentivo molto a disagio. Ero stato sin troppo indiscreto e così non volli indagare oltre. Riuscii lo stesso a darle frettolose e generiche indicazioni su cosa avrebbe dovuto fare per procurarsi assistenza medica e sostegno economico.
   Non stetti troppo ad insistere perché capivo che la donna provava nei miei confronti un timore reverenziale che mi metteva profondamente in imbarazzo. E poi, anche se non ne comprendevo bene il motivo, ero ormai certo che la poveretta non riuscisse a capire quanto le dicessi, limitandosi a fissarmi senza proferire parola.
   Prima di andarmene le lasciai una delle due confezioni di compresse di antibiotici che estrassi dalla scatola, raccomandandole di essere puntuale nelle somministrazioni. Lei si mostrò molto riconoscente anche se, come era accaduto poco prima quando avevo estratto la siringa dall’involucro di plastica, continuava a guardarmi come se non capisse quanto stessi facendo o dicendo.
   Attribuii il suo strano atteggiamento allo stupore di aver ricevuto un aiuto gratuito. La vita non doveva essere stata tenera con lei e per una volta aver ricevuto disinteressatamente qualcosa da uno sconosciuto doveva averla turbata non poco.
   Mentre mi dirigevo verso il parcheggio, mi ripromisi di informare della situazione di quella famiglia alcune assistenti sociali di mia conoscenza. Trovavo scandaloso che nessuno di loro se ne fosse ancora occupato.
   Il buonumore mi aveva abbandonato sin dal momento in cui ero entrato in quel tugurio. Non mi era mai capitato di toccare con mano una così grande miseria né di imbattermi in un’accettazione della propria sorte così disarmante. Non capivo neanche come fosse possibile lasciare marcire degli esseri umani a quel modo. Quei due miserabili sembravano provenire addirittura da un’altra epoca.
   Alcuni giorni dopo i tetti della città erano ancora ricoperti di neve non così le vie più transitate in cui, all’abbagliante candore, si era sostituito lo squallido e deprimente grigiore della neve calpestata. Quanto mi ero ripromesso nei confronti di quella famiglia era rimasto nel mondo delle buone intenzioni e questo mi faceva sentire un verme. Forse una semplice segnalazione ai servizi sociali sarebbe bastata a farla uscire da quel pesante stato di indigenza.
   Decisi così di rendere loro una nuova visita. In fondo, anche se non erano miei assistiti, era mio dovere accertarmi del decorso della malattia giacché ero stato io ad occuparmene. Approfittando della visita, avrei colto l’occasione per dare alla donna precise istruzioni per ricevere degli aiuti.
   Raggiunta la malsana abitazione, bussai invano a lungo. Nessuno venne ad aprirmi. Fui allora assalito dal timore che il bambino stesse versando in condizioni disperate all’ospedale, cosa di cui c’era poco da stupirsi viste le condizioni dell’ambiente in cui era costretto a vivere. Bussai un’ultima volta con poca convinzione e stavo già per andarmene quando dalla finestra della casa di fronte si affacciò un uomo sulla sessantina, il quale, vedendomi, esclamò: “Un attimo soltanto e sono da lei!” Dopo di che, richiusa la finestra lo sentii scendere in fretta le scale della propria abitazione. Una porta, tre metri alle mie spalle, si aprì ed il tizio che avevo visto alla finestra mi disse cortesemente: “Prego, si accomodi!” Benché non capissi il motivo di quell’invito, lo seguii sulle scale che portavano al suo appartamento che si rivelò essere ristrutturato di recente ed arredato con gusto.
   L’uomo mi fece accomodare in un’ampia poltrona del salotto e poi, sorridendomi: “Mi era parso di aver sentito bussare dalla via, stentavo però a crederci. Le case di fronte alla mia sono infatti disabitate addirittura da prima del ‘45, anzi, sono pericolanti, ma non per molto…” aggiunse ostentando sicurezza. “Molti investitori si sono mostrati interessati alla ristrutturazione degli edifici del centro storico. La casa cui lei stava bussando, è una di quelle destinate ad essere risistemate, però non le sarà possibile acquistarla, caro dottore.”
   “Ci conosciamo?” gli chiesi, sorpreso che fosse a conoscenza della mia professione.
   “Oh, soltanto di vista! La persona che le ha venduto l’attico dal quale lei ha ricavato un bell’ambulatorio è un mio caro amico. Un giorno, mentre stavo conversando con lui sulla piazza principale, lei passò poco distante da noi, ed egli mi indicò lei come il suo acquirente.”
   Ora capivo perché mi aveva fatto invitato a salire a casa sua: doveva aver pensato che fossi interessato a quel caseggiato fatiscente, in stato di abbandono, secondo lui , addirittura dal dopoguerra.
    “Capisco che le potrà sembrare strano, dottore, ma quella casa, brutta e pericolante, ha per me un valore affettivo inestimabile. Appena ciò mi sarà possibile voglio trasformarla in un meraviglioso appartamento in cui andrò a vivere.”
   Questa sua affermazione mi sembrò piuttosto bizzarra: in fondo, in uno splendido appartamento ci viveva già. Glielo feci notare: “Non posso darle torto,” assentì, “Tuttavia, dietro quella casa c’è una storia, strana, senz’altro, e che mi è stata raccontata così tante volte che ho finito col crederci anch’io.”
   Non starò ovviamente a raccontare dettagliatamente quanto ci dicemmo nella mezz’ora successiva, perché non voglio e non posso credere a quanto ho avuto modo di apprendere e che ha scosso profondamente non soltanto le mie più radicate convinzioni circa la natura della realtà ma, per un certo periodo, parte della mia stessa saldezza mentale.
   La persona che mi aveva aperto l’ingresso della propria abitazione, credendomi interessato all’acquisto della casa di fronte di cui era il proprietario, mi narrò la storia della propria dura e squallida infanzia. Di come un giorno si era ammalato gravemente e sua madre aveva chiesto l’aiuto ad uno sconosciuto passante che gli aveva praticato un’iniezione miracolosa che lo aveva fatto guarire in pochi giorni. Il narratore tenne a sottolineare il fatto che la propria madre ignorante ed analfabeta gli aveva descritto innumerevoli volte l’uso, da parte di quel misterioso e provvidenziale personaggio che lei aveva sempre chiamato l’angelo, di una siringa monouso di plastica avvolta nel cellophane: un evidente anacronismo, come riconobbe e ben sapeva il mio ospite, ma che ai suoi occhi aveva finito con l’assumere una valenza inquietante molto forte. Come aveva potuto sua madre averne predetto l’esistenza?
   Mi raccontò, poi, della distruzione della siringa di plastica tra le fiamme del camino, perché secondo lei, quella era materia del mondo degli angeli e lì doveva quindi far ritorno. Mi colpì molto anche la storia delle caramelle magiche che l’angelo le aveva raccomandato di somministrare a suo figlio ogni otto ore precise e che lo avrebbero aiutato a guarire, e, che secondo il tizio, non potevano essere stati che dei modernissimi antibiotici.
   Appresi infine della morte del padre in un incidente sul lavoro, seguito poco tempo dopo da quella della madre; della sua adozione verso i dieci anni da parte di una famiglia agiata che gli permise di studiare e di farsi una posizione; del fatto che egli stesso avesse fatto studiare medicina ai propri due figli in ossequio alla storia che sua madre gli aveva narrato quasi quotidianamente dopo la sua guarigione e di cui, in effetti non si era mai dimenticato.
   A mano a mano che la sua narrazione si andava snodando sentivo crescere il bisogno di uscire altrimenti mi sarei messo ad urlare per l’assurdità dell’intera situazione che avevo già deciso di bollare come una perversa sequenza di casi più che fortuiti.
   Fu proprio nel momento in cui mi alzai con risolutezza per imporre la mia uscita adducendo un caso urgente, che l’attempato narratore mi disse sorridendo: “Rocislyn!”
    “Come?” Gli chiesi stupito.
   Il tizio ridacchiò, e poi mi disse: “Lei non può certo capire, però le ho augurato buona fortuna. Questo fa ancora parte della storia che le ho appena raccontato.
   “Vede, mia madre, appena ebbi imparato a leggere, un giorno tirò fuori un foglietto su cui stava scritto a grosse lettere la parola che ho appena pronunciato. Dietro sua richiesta gliela lessi ad alta voce, numerose volte, e lei, ogni volta ne rimaneva rapita dal suo suono misterioso e musicale. Io, non capendo cosa significasse, le chiesi delle spiegazioni e lei, facendosi seria seria, mi rispose: “Questa è la parola che stava scritta sulla scatola di caramelle magiche che mi ha dato l’angelo, quando stavi molto, ma molto male. Ora che sai leggere, tienila a mente, perché ogni volta che ti troverai in difficoltà, pronunciandola, Lui ti verrà in aiuto.”
   “Davvero?” gli chiesi, mostrandomi talmente turbato che il tizio me ne chiese il motivo.
   “Oh, affatto!” lo rassicurai, “è che mi è sembrata una parola talmente strana, che mi meraviglio ancora di più per la fervida immaginazione di sua madre.”
   “Sì, mia madre aveva molta immaginazione. Forse perché era molto superstiziosa, come sanno esserlo soltanto le persone che versano in condizioni disperate sin dalla nascita.”
   “Già!” non seppi dire altro.
   Dopo un lungo silenzio gli tesi infine la mano e salutandolo, lo ringraziai per gli indirizzi che mi aveva fornito. Una volta in strada, mi allontanai risolutamente dall’intera zona dirigendomi verso le più ampie vie del centro.
   Appena mi imbattei in un cestino dei rifiuti, aprii la borsa da cui estrassi una scatola di antibiotici su cui stava stampato in grandi caratteri blu: ROCISLYN. La aprii: dentro c’era soltanto una confezione di antibiotici. Gettai nel cestino la scatola e mi diressi, incurante del freddo, verso il lontano parcheggio per fare ritorno a casa.
   Da quel giorno, attraversare le labirintiche viuzze della parte antica della città, non è più stato per me una cosa semplice.

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