Era una giornata asimmetrica. 
Se lo sentiva. Ne era certo, anzi sicuro. Non era poi la prima volta che accadeva. Ormai cominciava a capirlo prima che tutto diventasse evidente. In un certo senso non ci faceva quasi più caso. Non che la cosa gli dispiacesse, anzi…., alla lunga aveva finito con l’appassionarsi al loro verificarsi. 
Eh sì! Era proprio una giornata asimmetrica. Non avrebbe mai saputo spiegare cosa gli capitava di preciso, però qualcosa accadeva. Con quali parole spiegarlo però? Chissà quando ne avrebbe avuto la prima conferma questa volta? Tempo dieci minuti, sentenziò mentalmente. 
Proprio così, era decisamente una giornata di quelle asimmetriche. Almeno così le chiamava lui. Se le altre giornate erano sempre uguali a se stesse, allora non potevano che essere simmetriche. Quelle insolite, invece, cui andava incontro molto saltuariamente a dir il vero, come le avrebbe dovute chiamare se non asimmetriche visto che asimmetrico era il termine opposto a simmetrico. 
Certo, avrebbe anche potuto dar loro un altro nome, ma lui le aveva chiamate così forse perché chissà come e da chi aveva sentito qualcosa circa i due termini in opposizione, probabilmente si trattava di una semplice reminiscenza scolastica. In qualunque modo si volessero chiamare quelle giornate, aveva deciso che asimmetrico era il loro giusto appellativo. Avrebbe potuto chiamarle diverse, ma questo non stava proprio bene. Quella era una grandissima parolaccia, un pesantissimo insulto, quasi peggio di anormale, almeno per quanto ne sapeva lui, che cercava di evitare di pronunciarla anche quando usarla era magari pertinente. Non si poteva mai sapeva.... I rimproveri gli facevano molto male e lui cercava di evitarli sempre. 
Mentre camminava, anche se quella era una giornata diversa, cioè asimmetrica, molti lo salutavano e lui, molto educatamente, come era solito fare, ricambiò calorosamente. 
La luce! ecco cosa poteva essere. Sì, c’era qualcosa nella luce del giorno che la rendeva insolita. Come dire...? Era più, ecco, sì, più... Opaca! sì, opaca! Una luce opaca, altri due termini strani da accoppiare, eppure era così. Infatti, quando quella strana cosa capitava c’era sempre un gran bel sole nel cielo di un bel blu perfetto e privo di nuvole. C’era qualcosa nella luce, proprio così. Come mai se ne accorgeva soltanto adesso?! 
Si sentiva proprio bene quando una giornata asimmetrica stava per capitare. Avrebbe potuto fare qualunque cosa volendo, anche qualcosa di malvagio tanto nessuno se ne sarebbe accorto, ma non era certo il tipo lui… 
A dire il vero, aveva ancora molto paura di queste giornate asimmetriche, anche se non se ne sapeva spiegare il motivo, perché quando una giornata asimmetrica stava per sopraggiungere, beh, le cose avevano tutta un’altra come dire... logica, eh, sì! E allora non si sa mai.... Meglio non reagire, comportarsi come se nulla fosse e poi, come era sempre accaduto tutto sarebbe passato di lì a poco. Cioè tutto sarebbe tornato alla normalità, come si dice. Non che lui ci vedesse tanta differenza perché le giornate, simmetriche o asimmetriche che fossero, erano pur sempre per lui terribilmente complicate. Però le asimmetriche le trovava come dire..., beh sì, diciamo incredibili, e perché no, belle! eh sì, proprio di un bello da morire, belle e soprattutto vere, più di quelle simmetriche, altro che! 
Tra la folla anonima e frettolosa che si stava recando al lavoro quella mattina, un giovane si parò all’improvviso di fronte ad una giovane e con il volto di un angelo le disse, con il cuore pieno di una passione che avrebbe potuto uccidere una persona normale: “Oh, mia dea, è da tanto che faccio di tutto per farmi notare da te, ma tu nemmeno mi vedi. Volevo soltanto dirti che io senza di te non posso proprio più....” 
Ma la “dea”, una giovane di una bellezza rara ed altera che aveva appena compiuto i venti anni, udite quelle parole, interruppe la confessione ponendo le sue delicate dita sulle labbra del giovane dal volto d’angelo e, con il più grande dei dolori, che un essere umano non avrebbe mai potuto sopportare: “Oh, se mi sono accorta di te...,” disse. “Di te so tutto, credimi, ed anche se non ci parleremo mai, né mai ci conosceremo, sappi, e questa è cosa vera, che io non ti merito. Sono troppo presa dalla mia condizione che amo più di me stessa e di ogni altra cosa al mondo ed anche se so che con te sarei stata la donna più felice di tutti i tempi, ti farei soltanto del male, ed alla fine arriverei ad odiarti ed a fare di tutto per distruggerti e questa sarebbe la mia sola ed unica preoccupazione di vita sin quando non ti avessi annientato. Ti prego, credimi. Mi conosco...” 
La bellezza del giovane sfiorì allora in una smorfia di immenso dolore, chinò il capo, e ritornò a farsi inghiottire dalla folla da cui era emerso poco prima. E così la giovane. Nessuno dei passanti aveva mostrato di essersi accorto di quell’insolito dialogo, ognuno, mentre esso era in corso, aveva proseguito nella propria strada ignaro di quanto stava accadendo. 
Aveva visto giusto! Ed anche con i tempi, dieci minuti precisi! Ormai stava diventando un vero esperto di giornate asimmetriche. Per forza, anche uno come lui dagli e dagli non poteva non riuscirci. Era stato proprio bello. A quelle parole aveva sentito dei brividi corrergli lungo la schiena e delle lacrime gli erano addirittura affiorate agli occhi. 
Quant’è profonda la verità, e quant’è bella! Peccato che gli altri non riescano a vedere ed udire nulla, persino i soggetti coinvolti negli episodi che le giornate asimmetriche sembravano coinvolgere non si accorgevano di quanto accadeva loro. 
Sempre con calma riprese allora a dirigersi verso la stazione ferroviaria distante soltanto un centinaio di metri senza che nulla di asimmetrico accadesse di nuovo. Anche alla stazione lo salutarono in molti. Lui ricambiò anche questi con calore, gioia ed affetto. Salutare i conoscenti era per lui una delle più belle cose che gli potesse capitare durante la giornata, anzi, in un certo senso, era quasi la principale delle sue occupazioni e preoccupazioni. 
Prese posto, come al solito, in un vagone per non fumatori, anche se in quelli per fumatori vi erano ugualmente persone molto simpatiche. Il fumo però faceva male, puzzava anche molto e, cosa ancora peggiore, gli mozzava il respiro. E poi così gli era stato detto di fare e lui di certo non era una persona a cui piacesse disubbidire agli ordini. 
Come al solito, dopo la partenza del convoglio, osservò con interesse, anzi quasi estasiato il paesaggio che per lui si snodava sempre diverso e mai noioso, uno spettacolo che non lo avrebbe mai stancato fosse durato anche mille anni o per tutta l’eternità, e che anzi lo aiutava a rilassarsi, ammesso che uno come lui ne avesse bisogno, noto come era per la sua flemma e tranquillità. 
Poco distante da lui due persone un po’ attempate, come era tipico sui treni, conversavano tanto per far passare il tempo. E dopo aver tanto parlato del tempo, di sport, dei brutti tempi che correvano e persino di sesso, e fatto anche qualche accenno a quella cosa che proprio non gli sarebbe mai entrato in testa e che non capiva nemmeno cosa fosse e che tutti chiamano politica, uno dei due si fece di colpo serio in volto mentre l’altro ammutolì. 
Un pesante silenzio cadde in tutto il vagone, e poco dopo il primo disse: “Non è vero, sai, che si sta magnificamente da pensionato. Ti senti solo, specialmente con te stesso, non sai cosa fare e quel poco che fai non ti soddisfa. Ripensi alla vita che hai buttato via, a tutte le stupidaggini che hai fatto sino a ieri e che continui a fare oramai per abitudine e soprattutto per non sconfessarti, come se fossi un automa. Ed al nulla che hai lascito alle spalle, e a quello in cui ti senti prigioniero ora, non intravedi che quello in cui sprofonderai tra poco, con tutta la consapevolezza di aver sprecato l’unico vero dono che avevi, e niente di ciò che hai o che hai fatto ti è di consolazione. Per fortuna non ne sono cosciente che a tratti altrimenti sarei già impazzito o mi sarei ammazzato da tempo.” 
L’altro uomo, che non doveva essere stato che una conoscenza occasionale, aveva ormai il volto rigato da un pianto silente ed incapace di dirgli qualcosa sia per il grande groppo che aveva in gola sia per l’impossibilità di trovare parole adeguate, allungando un braccio verso la spalla dell’uomo che aveva parlato, gliela scosse lievemente in segno di profonda empatia e dopo aver tratto un lungo sospiro con cui sembrò riprendersi un poco proferì dei suoni molto bassi in una lingua che non era mai stata di questo mondo, ma di una musicalità inebriante ed apportatrice di un’assoluta serenità tale da placare il più turbato degli esseri viventi. Ed infatti l’uomo che aveva parlato per primo sembrò tranquillizzarsi di colpo, guardò con riconoscenza la persona che aveva di fronte sorridendogli con gratitudine mentre i suoi tratti presero a distendersi. 
Un altro tizio, ancora più attempato dei due, posto di fianco ad essi e che aveva dormito sin da quando quaranta chilometri prima era salito in treno, aveva anch’egli il volto rigato di larghe e calde lacrime, come se avesse udito tutto benché in realtà stesse dormendo profondamente. Soltanto allora aprì lentamente gli occhi ed anche se il suo sguardo vitreo tradì il fatto che non fosse affatto sveglio, disse a voce bassa ma vibrante di commozione: “Oh, Eterno! Come può l’intero universo contenere tutto questo dolore?” Dopo di che, sempre lentamente, richiuse gli occhi e riprese a dormire. In quell’istante la conversazione tra i due anziani signori riprese dal punto in cui era stata interrotta: gli stessi argomenti, gli stessi luoghi comuni. 
Era finalmente arrivato. Dieci chilometri in treno sono proprio pochini, osservò mentalmente anche questa volta. Che peccato! Ci avrebbe passato delle intere giornate sul treno. Anche da solo. Era così bello il treno! 
Dopo essere sceso, si diresse verso l’uscita, e da lì camminando sempre con passo regolare, d’altronde il solo che avesse, varcò poco dopo l’entrata di una grande officina salutato da tutti coloro che si trovavano nei paraggi e che lui ricambiò ad uno ad uno specificando il loro nome, tranne il portiere che salutò di un ampio cenno del braccio e con un sorriso ancor più grande. Poi scomparve all’interno di un grande capannone. 
Un tizio che, stranamente non era in tuta blu al contrario della maggior parte delle persone che gironzolavano lì intorno, ma con tanto di giacca e cravatta, si avvicinò al portiere per chiedergli: 
   “Allora come sta andando il nostro mongolo?” 
   “Zitto, per carità!” esclamò il portiere mostrandosi terrorizzato in volto e mettendosi nel contempo le mani tra i capelli, “se ti sentisse il capo sarebbero terribili guai per te! Neppure il tuo potentissimo sindacato potrebbe salvarti!  Per non parlare di quelle grandissime...” e qui il portiere prese il tizio ben vestito per una spalla, avvicinò la propria bocca al suo orecchio come se volesse morderglielo mentre invece pronunciò una parola potentemente oscena, “dell’Associazione Down, sai cosa ti farebbero?...” e qui il portiere continuò con un’altra serie di notevoli oscenità a sfondo sessuale. I due esplosero allora in una fragorosa risata che li lasciò entrambi senza fiato. 
   “No, no, va tutto bene ormai,” disse il portiere al tizio ben vestito dopo che entrambi si furono ripresi. “Si è  ambientato subito lui… Noi, invece…, sia operai che impiegati..., beh, ti devo dire che anche io all’inizio.... Insomma, mi faceva una certa impressione. E chi ne aveva mai visto uno prima? Invece sono molto affettuosi, sai? Magari tanti di quelli che dicono di essere normali fossero invece...”
Peccato che le giornate asimmetriche durassero così poco.

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