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Le Pensioni e le allodole

Quando si tratta di parlare delle pensioni sia i governi di centrosinistra che quelli di centrodestra fanno largo uso di specchietti per le allodole quando non considerano i cittadini degli "allocchi".Nel 1995 ci dissero che la riforma era indispensabile pena il crollo del sistema così alzarono l'età per andare in pensione, abbassarono la rivalutazione annua delle pensioni, e fecero un taglio dei rendimenti delle pensioni per i giovani con meno di 18 anni di circa il 20%. Nessuna manovra fu fatta per recuperare la grande evasione contributiva (40.000 miliardi annui) o per allargare la base produttiva e contributiva riducendo la disoccupazione, anzi furono varate leggi su leggi che riducevano la contribuzione a carico delle aziende.
In realtà usarono trucchi per farci paura e specchietti per imbonirci sulla bontà dei fondi pensione in modo da coprire un gigantesco trasferimento di risorse dai lavoratori ai padroni. Dopo una tale operazione è stato facile per il centro destra fare una politica demagogica dicendo di voler alzare le pensioni minime ad un milione. Anche questo è stato un specchietto per attirare voti perché su cinque milioni di pensioni al minimo il governo ha proposto aumenti a circa due milioni di pensionati.

La situazione dell'INPS non è allo sfacelo oggi e nel futuro. La commissione Brambilla, incaricata dal centro destra, ha emesso un rapporto in cui si ritiene che:

Perché allora arrivano da tutte le parti (interessate) indicazioni di fare manovre sulle pensioni?
La ragione di fondo continua ad essere la grande voglia per i padroni di pagare meno contributi e mettere le mani su questi grandi capitali oggi gestiti dallo stato. Il governo Berlusconi sa bene a chi deve rendere conto e in questa finanziaria ha deciso di chiedere la delega per varare dei decreti aventi lo scopo di allungare ancora la vita lavorativa e introdurre altre misure per favorire l'adesione ai fondi pensioni privati, tutti i risparmi operati con tali manovre serviranno a produrre una riduzione dei contributi a carico dei padroni. Ancora una volta si usa lo specchietto dei fondi pensione per portare un attacco all'INPS e alle condizioni dei pensionati.
Da tutte le parti ci propongono "facciamo come l'America" ma il caso Enron - la più grandi società americana di commercio dell'energia - che ha letteralmente mangiato la pensione a tutti i suoi dipendenti va nascosto bene, perché può essere il modello preoccupante per il nostro futuro.

Facciamo invece a modo nostro, non lasciamoci abbagliare dagli specchietti e prendere dalla paura, e aderiamo agli scioperi contro la modifica dell'articolo 18 e la riduzione dei contributi per i padroni.

Rifondazione Comunista ritiene che il risveglio delle lotte che si registra nel paese sia molto importante e vada sostenuto. Oggi é necessario un salto di qualità per costruire un alternativa di sinistra forte e seria che la smetta di rincorrere la destra e si batta per la difesa intransigente delle condizioni dei lavoratori, dei giovani e dei pensionati.


IL DECRETO DEL GOVERNO BERLUSCONI SULLA SANITA'
ATTACCA IL DIRITTO ALLA SALUTE TAGLIA MIGLIAIA DI POSTI DI LAVORO

E' UN REGALO AI PADRONI DELLA SANITA'

Il Governo Berlusconi riduce di 30.000/50.000 i posti letto per gli ammalati acuti negli ospedali, dove già mancano i posti letto per lungodegenti. In questo modo aumenteranno le dismissioni selvagge e verranno messi in mobilità decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici, di cui solo una parte è ricollocabile.

Il Governo Berlusconi considera solo gli aspetti economici trascurando l'importanza della garanzia della salute: fissa tetti di spesa insufficienti senza indicare le prestazioni da garantire e delega alle regioni scelte sostanziali sulle forme di gestione. In questo modo le regioni vengono spinte verso la privatizzazione dei servizi sul modello americano (e lombardo): servizi sanitari pubblici ridotti al lumicino per i poveri con gli altri cittadini costretti a rivolgersi alle mutue e alle assicurazioni private, ottenendo le prestazioni differenziate tipiche delle strutture sanitarie private: buone per chi ha i soldi, mediocri per lavoratori e pensionati a basso reddito.

Il Governo Berlusconi rinvia di un anno l'eliminazione dei ticket sulla diagnostica e sulla specialistica che era stata una nostra conquista di un anno fa. Ma c'è un inganno nascosto e a scoppio ritardato: obbliga le regioni ad introdurre nuovi ticket, aumentare le tasse o tagliare i servizi. Infatti i tetti di spesa prefissati sono insufficienti. Tra qualche mese quindi nuove, pesanti misure antisociali.

Il Governo Berlusconi riduce da 6 a 3 i farmaci prescrivibili su un'unica ricetta. Questa è una vera e propria angheria che colpisce i soggetti più deboli, come gli ammalati cronici, anziani e disabili, costringendoli a inutili trafile burocratiche.

La sanità pubblica italiana, con tutti i limiti che le derivano da anni di sottofinanziamento, è una delle migliori del mondo. Deve essere potenziata e riqualificata, non distrutta. Oggi i cittadini pagano direttamente un terzo della spesa sanitaria totale; con queste misure ne pagheremo i due terzi. Il passaggio delle competenze alle Regioni peggiora la situazione perché toglie ogni responsabilità allo Stato: avremo una sanità diversa in ogni regione, con privatizzazioni, nuovi ticket e contratti diversi da regione a regione per i lavoratori e le lavoratrici. In sostanza pagheremo i nuovi ticket e tasse sanitarie alle Regioni invece che allo Stato. Lavoratori e pensionati a basso reddito ne pagheranno le conseguenze.

DIFENDIAMO IL DIRITTO ALLA SALUTE DI TUTTI
DIFENDIAMO IL DIRITTO AL LAVORO

Partito della Rifondazione Comunista

Circolo "Ludovico Geymonat" Via Bignone, 89 - 10064 Pinerolo
e-mail circologeymonat@libero.it / www.geocities.com/prc_pinerolo

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SANITA' IN PIEMONTE

ATTACCO AL DIRITTO ALLA SALUTE

Il nuovo Piano Socio Sanitario che la Giunta di centro destra in Piemonte sta per varare:

Dimezza il numero di ASL. Rendendo meno efficace tutto il lavoro di prevenzione e più ingovernabili le stesse strutture
Vuole staccare le aziende ospedaliere dalle ASL. Gli Ospedali azienda dovranno moltiplicare i servizi offerti sul mercato per fare quadrare il bilancio. Risultato: servizi dislocati in modo irrazionale sul territorio ed esplosione della spesa peggiorando le prestazioni offerte ai cittadini.
Non vuole presentare seri criteri di accreditamento per il privato in sanità.

Questo Piano non è programmazione ma un passo nella logica di un servizio sanitario minimo per tutti e prestazioni di qualità superiore per chi può pagare.

SANITA' NEL PINEROLESE

Pur disponendo i cittadini del pinerolese di servizi sanitari con prestazioni medio alte, basta una veloce occhiata ai tempi di attesa per visite ed interventi (che riportiamo sotto in tabella) per comprendere che non di tagli o di "stimoli concorrenziali" ci sarebbe bisogno ma di maggiori investimenti ed attenzione ad una sanità pubblica e di livello per tutti, unica garanzia di diritto alla salute. 

Giorni di attesa per interventi operatori - ASL10

Reparto

Inizio 2001

Media primi 6 mesi

del 2001

Media ultimi 4 mesi del 2001

Punte

Ostetricia/Ginecologia

9

10,5

10,5

25

Urologia  

21

16

45

Otolaringoiatria  

21,9

21,4

45

Chirurgia

49

49,5

51,8

106

Ortopedia

55

57,2

66

90

Oculistica (cataratta)  

320

235

 

Giorni di attesa per prestazioni ambulatoriali* - ASL10

* Prestazioni con tempi superiori a 39 gg.

Fisioterapia per lombalgie

40

Stabile
Ambulatorio Alzeheimer

44

In aumento
Ambulatorio per le cefalee

50

Stabile
Prima visita oculistica

50

Stabile
Visita chirurgica di controllo

51

In aumento
Visita otolaringoiatra per bambini

52

In aumento
Ecografia

59

(41 al 08/01/01)
Urografia

60

Stabile
Visita chirurgia vascolare

80

In aumento
Visita reumatologica

87

In aumento
Prima visita diabetologica

88

In aumento
Prima visita oculistica diabetici

119

In aumento
Vista diabetologica di controllo

133

Stabile

No! Alla chiusura di 15 Ospedali in Piemonte

No! All'aumento dei tempi di attesa per interventi e prestazioni

N0! Ai tagli di personale e alla reintroduzione dei Ticket

No! Alle dimissioni selvagge

No! Ai 5 miliardi di aumenti per i direttori già ben pagati

 

Partito della Rifondazione Comunista

Circolo "Ludovico Geymonat"
Via Bignone, 89 - 10064 Pinerolo
e-mail circologeymonat@libero.it / www.geocities.com/prc_pinerolo


 

135 MILA,
TUTTE E SENZA TRUCCO

La Federmeccanica non può continuare a rifiutare un aumento dello 0,55% a fronte della buona situazione del settore, non può cercare l'imbroglio concedendo 18.000 lire da restituire nel 2003.
La Federmeccanica deve smetterla di vanificare le giuste richieste di recupero dell'inflazione per spaccare il movimento e ottenere l'eliminazione del contratto nazionale.

In Italia si lavora come negli altri paesi Europei, e grazie ad incrementi di produttività tra i più alti in Europa le aziende fanno ottimi profitti, ma nonostante ciò i salari degli italiani sono bassi e aumentano meno degli altri. In Italia un operaio metalmeccanico lavorando in media 38 ore la settimana guadagna circa 40 milioni all'anno, in Germania un suo collega guadagna 72 milioni lavorando 35 ore la settimana.

In Italia secondo la commissione Europea il costo della vita non è molto diverso da quello della Germania, su un paniere di 10 prodotti base della spesa alimentare la spesa media è identica in Germania Italia, Irlanda e Gran Bretagna, circa 44500 lire, sale a 50343 lire in Francia ed in Svezia e scende a 35000 lire in Spagna. In Italia purtroppo i prezzi aumentano più dei salari. La benzina ha raggiunto i prezzi di 15 anni fa, all’epoca delle grandi crisi petrolifere. Il pieno a maggio, rispetto all’inizio dell’anno, era più caro di 8500 lire (+170 lire al litro: +8%, ben superiore all’andamento dell’inflazione!!!). A marzo di quest’anno i salari sono cresciuti del 2%, il costo della vita è volato al 2,6% (idem in aprile, con salari al 2,6% e prezzi al 3,1%).

Il tasso di aumento dei prezzi e ormai stabilmente attorno al 3% annuo, ma in base agli accordi del passato secondo Federmeccanica il salario può essere aumentato solo del 2,9% (inflazione programmata per il biennio 2001-2002), questo vuol dire programmare la riduzione del salario, anche il Governatore della Banca d'Italia Fazio dice che l'inflazione per il biennio 2001-2002 supererà il 5%.

Occorre impedire che il padronato svalutando giuste richieste, compia fino in fondo il suo attacco al contratto nazionale: questo rappresenta la fonte principale dei diritti dei lavoratori e spesso l’unico riferimento normativo e salariale per i molti lavoratori di aziende che non hanno sufficiente forza sindacale. Il rifiuto della Federmeccanica di non concede nulla sul buon andamento di settore, con la motivazione che esiste la contrattazione aziendale, costringe i lavoratori delle aziende che non riescono a fare la contrattazione integrativa (60%) a regalare tutti gli aumenti ai padroni.

Lo sciopero di 8 ore del 6 Luglio indetto dalla FIOM-CGIL e localmente dall'ALP-CUB ha il nostro completo appoggio. In Parlamento il PRC sostiene la lotta dei lavoratori con la presentazione di una proposta di legge per aumentare subito il tasso di inflazione programmato ed adeguare i salari.
Sosteniamo questa scelta coraggiosa ed intelligente che apre un nuovo scenario sindacale dove i lavoratori non sono solo mezzi di produzione usabili e compatibili con tutte le esigenze del capitale, ma persone che reclamano un giusto e dignitoso posto nella società.

PARTITO della RIFONDAZIONE COMUNISTA
Commissione lavoro del Circolo PRC "L. Geymonat" del Pinerolese
Via Bignone, 89 - Pinerolo circologeymonat@libero.it - www.geocities.com/prc_pinerolo


Ripartiamo dalla difesa dei lavoratori
Dopo 5 anni di governo di centro sinistra le destre hanno vinto le elezioni. Vi è una relazione tra questi due fatti perché è proprio nella delusione delle speranze che aveva sollevato la vittoria del '96 che la destra ha trovato la sua forza. Rifondazione Comunista dopo i sacrifici necessari per l'ingresso nell'Euro aveva chiesto una svolta, una modifica della politica economica del governo per ripondere alle esigenze dei lavoratori e delle masse popolari. Il governo di centro sinistra ha scelto la strada opposta, rifiutandosi di fare la legge sulle 35 ore che avevamo concordato ed inseguendo la destra sulle sue proposte liberiste: ha precarizzato il lavoro introducendo una flessibilità selvaggia, ha tagliato le tasse ai ricchi e conseguentemente ha tagliato la spesa sociale, ha deciso il finanziamento della scuola privata, ha partecipato alla guerra della NATO contro la Jugoslavia.
In questo contesto è aumentata l'incertezza sociale, è cresciuta la paura per il futuro; il governo di centro sinistra non è ha posto un argine a questa situazione ma è stato giustamente individuato come uno dei responsabili. E' qui che è maturata la vittoria della destra, in questo vedere la politica come una cosa lontana e gli schieramenti come tutti uguali. E' in questo fallimento del governo nel suo rapporto con la società ed in particolare con i lavoratori e gli strati popolari che è maturata la vittoria della destra.
Le destre si potevano battere, come in Francia, se il centro sinistra invece di inseguire Cossiga e Mastella avesse fatto una politica di sinistra: aumentando le pensioni minime ad un milione, facendo la legge sulle 35 ore, facendo pagare le tasse ai ricchi e usando quei soldi per potenziare la sanità e la scuola pubblica.
A chi come il direttore dell'Eco del Chisone trova la facile scorciatoia di attribuire la sconfitta dell'Ulivo al nostro partito ricordiamo che:
· L'ulivo per primo ha detto che non poteva fare un accordo politico con Rifondazione Comunista perché troppe erano le differenze.
· Nonostante questo e senza chiedere nulla in cambio Rifondazione Comunista non si è presentata nei Collegi uninominali della Camera, ma anche qui l'ulivo ha perso. Alle scorse elezioni regionali l'Ulivo ha perso pur con l'appoggio di Rifondazione.
· Al Senato Rifondazione Comunista ha cercato un accordo che è risultato impossibile per la pervicace volontà dell'Ulivo di presentare le liste civetta, cioè di rubarci dei deputati. Come si fa a fare un accordo con chi ti sta rubando il portafogli?
Ora però non è più il tempo di perdersi in polemiche, il PRC si è difeso da chi ne voleva la sua estinzione, si è difeso grazie al voto di quasi due milioni di cittadini in Italia e del 7,6% degli abitanti del Pinerolese a cui va il nostro particolare ringraziamento.
Ora è giunto il tempo di sgomberare il campo dalle furbizie e cominciare a ragionare con umiltà sulla strada che, senza fughe in avanti, porti tutte le sinistre a saper formulare un progetto di società da contrapporre alla santificazione del mercato che trionfa sulla schiavitù e sul disprezzo dell'uomo."
Il nostro impegno per costruire una sinistra plurale fa riferimento ad aspetti interessanti percorsi dalle sinistre in Francia, fa riferimento alla nostra capacità di confrontarci con altre forze politiche dell'Ulivo nelle amministrazioni locali, che ricordiamo governano con il nostro e spesso determinante contributo. Siamo interessati ad un confronto aperto e ampio con le altre forze della sinistra a partire dalla difesa delle condizioni di vita e di lavoro della gente e proponiamo da subito azioni comuni per difendere i salari dall'inflazione e modificare la legge elettorale in senso proporzionale.


PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
Circolo "L. Geymonat" Via Bignone, 89 Pinerolo
Circologeymonat@libero.it - www.geocities.com/prc_pinerolo


Cinque ragioni per scegliere Rifondazione Comunista.

Per una ragione sociale.

Rifondazione Comunista è la sola forza politica che grazie alla sua linea ed alla sua coerenza è riuscita a:

  • frenare la liquidazione del sistema pensionistico;
  • abolire i tickets sui farmaci;
  • frenare l'attacco alle condizioni di vita e lavoro delle masse popolari prodotto dalla razionalizzazione internazionale dei sistemi produttivi, da privatizzazioni, flessibilità, politiche di ripianamento dei deficit pubblici.

Per una ragione di civiltà.

Rifondazione Comunista è:

  • la sola forza politica che si è opposta alla falsa guerra umanitaria contro la Yugoslavia;
  • in prima linea nei movimenti di lotta contro l'uso a fini privati o di classe delle scoperte scientifiche che mettono in discussione le ragioni stesse della vita umana, animale e vegetale.
  • contro i processi di globalizzazione che aumentano a dismisura le differenze tra paesi ricchi e poveri, modificano in peggio la vita della stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Per una ragione politica.

La sinistra non deve rincorrere la destra, così facendo si apre solo la strada alla sua vittoria. Rifondazione Comunista si batte per costruire una sinistra plurale meno condizionata dagli interessi del padronato e delle forze di centro. Votare il PRC è un voto utile per evitare che nel parlamento venga cancellata, anche per mezzo di un sistema elettorale truffaldino, una forza di sinistra, dalla parte dei lavoratori, radicata nella società e nelle lotte.

Perché non è un voto disperso

Il voto alla lista del PRC alla Camera non è un voto disperso, in quanto il PRC ha la certezza di superare la soglia del 4% e può quindi concorrere alla distribuzione proporzionale del 25% dei seggi. Il voto al PRC al Senato non è un voto disperso, in quanto nel collegio Regionale del Piemonte vengono eletti sei Senatori in proporzione ai voti ottenuti dai singoli partiti.
Se il PRC prenderà i voti ottenuti alle passate elezioni regionali l'elezione di un Senatore in Piemonte è quasi sicura.

Perché è un voto utile a Sinistra

Perché serve a battere le destre e costruire una sinistra plurale.
A coloro che ci dicono che la scelta del PRC di correre al Senato favorisce la Casa delle Libertà, rispondiamo ricordando che:

  • nessuno può chiedere al PRC di sparire dal Senato

  • i voti delle scorse elezioni Regionali con accordi Ulivo Rifondazione in quasi tutte le regioni, ci dicono che è la politica dell'Ulivo a spianare la strada al centro-destra.

  • per fare accordi bisogna essere in due, senza volontà di egemonia ne liste civetta.

PARTITO DELLA
RIFONDAZIONE COMUNISTA
Circolo PRC "L. Geymonat" del Pinerolese - Via Bignone, 89 - Pinerolo
circologeymonat@libero.it - www.geocities.com/prc_pinerolo -Committente Marco Fasulo

 


IL DIRITTO ALLE CURE SANITARIE NON HA ETA'

IL DIRITTO ALLE CURE SANITARIE GRATUITE - che la Costituzione riconosce come diritto universale e deve essere garantito dal Servizio Sanitario Nazionale - VIENE SOVENTE NEGATO ALLE PERSONE ANZIANE NON AUTOSUFFICIENTI, COLPITE DA MALATTIE CRONICHE, MALATTIE MENTALI E MALATTIA DI ALZHEIMER.

Vi sono molte persone malate, soprattutto anziani, che dopo la fase acuta della malattia vengono dimesse dagli ospedali senza una adeguata garanzia di prosecuzione delle cure sanitarie e dell'assistenza. Il problema viene così scaricato sulle famiglie, in particolare sulle donne. Quando la situazione a casa si fa insostenibile, la ricerca di una casa di riposo disponibile si trasforma in un calvario tra liste di attesa di anni e rette milionarie che tante famiglie non hanno i soldi per pagare.

Siamo di fronte ad un paradosso in cui l'allungamento della vita media, che è un fatto positivo e buono, per le carenze del sistema sanitario e assistenziale del nostro paese diventa sovente una situazione di disagio, sofferenza.

 

E' ORA DI CAMBIARE:

Rifondazione Comunista , che ha ottenuto l’abolizione dei ticket dei medicinali, si batte affinché:

  • LE PERSONE NON AUTOSUFFICIENTI CON MALATTIE CRONICHE E MENTALI SIANO PRESE IN CARICO DAL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE:
  • A DOMICILIO (ospedalizzazione a domicilio o assistenza domiciliare integrata), se ci sono le condizioni e il consenso della persona interessata e/o della famiglia, con il supporto di personale qualificato a carico della sanità pubblica lungo tutto l’arco dell’anno e sulle 24 ore;
  • PRESSO UNA RESIDENZA SANITARIA ASSISTENZIALE (RSA) pubblica o convenzionata, con spese a carico del Servizio Sanitario Nazionale;
  • SI STABILISCA UN TETTO PER LA RETTA RICHIESTA PER IL RICOVERO IN STRUTTURE RESIDENZIALI, che non deve superare il 60% del reddito della persona malata e può essere richiesta solo dopo il 60° giorno di degenza, con esenzione per le pensioni sociali ed eliminando ogni altra forma di prelievo nei confronti della persona ricoverata e dei suoi familiari.
  • VENGANO ABOLITI I TICKET SU TUTTE LE PRESTAZIONI SANITARIE E VENGA RILANCIATA CON FORZA LA PREVENZIONE SUI LUOGHI DI LAVORO E LA MEDICINA SUL TERRITORIO
  • VENGA DIFESA LA SANITA' PUBBLICA.

Vota Partito della Rifondazione Comunista

Circolo "L. Geymonat" Via Bignone, 89 Pinerolo

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Committente responsabile: Fasulo Marco

 

 


Per un salario Europeo!

L'Europa che vogliamo non deve solo imporci il risanamento dei conti pubblici, ma deve sviluppare il progresso sociale e l'uguaglianza dei cittadini.
In Italia si lavora come negli altri paesi Europei, e grazie ad incrementi di produttività tra i più alti in Europa le aziende fanno ottimi profitti. Nonostante ciò i salari degli italiani sono bassi e aumentano meno degli altri. Se a questo aggiungiamo che siamo il paese Europeo con la maggior differenza tra il 20% della popolazione più ricca ed il 20% della popolazione più povera e che siamo il paese con una spesa sociale tra le più basse, non possiamo che domandarci il perché di questa ingiusta condizione dei lavoratori.

La politica della concertazione voluta dal Padronato e sostenuta dal Governo e dai Sindacati è fallita!

Retribuzioni lorde annue (milioni di lire)

Paesi

Operaio

Impiegato

Manager

Italia

40

55

150

Germania

72

77

144

Francia

52

73

137

La riduzione del potere d'acquisto dei salari ha prodotto solo un aumento dei profitti e della rendita, senza che nel contempo sia realmente diminuita la disoccupazione, a meno di non scambiare il diffondersi del lavoro precario come un consolidamento del tessuto occupazionale, nonostante ciò si continua a programmare il contenimento dei salari: nel 2001 l'inflazione viaggia attorno al 3 % mentre quella prevista e sulla quale si sono regolati i rinnovi dei contratti di lavoro è stata fissata al 1,7%. Nel 2002 il Governo ha fissato un livello d'inflazione al 2,9% mentre a livello Europeo afferma che avremo un'inflazione al 3,8%.

La caduta del potere d'acquisto delle retribuzioni è senz'altro da imputare allo sviluppo capitalista mondiale, ma non è indifferente la politica del Governo. Se si rincorrono le richieste dei padroni su flessibilità, riduzioni delle tasse e dei contributi sociali per le imprese, se si pensa solo alla pace sociale e alla stabilità, la soluzione è una sola: le retribuzioni perdono potere d'acquisto.

Occorre quindi ripartire dalla lotta e costruire una forte opposizione a tutte quelle piattaforme rivendicative e accordi che stanno all'interno di questa politica fallimentare e rivendicare:

  • Orari simili a quelli francesi e tedeschi;
  • Aumenti retributivi rilevanti che riducano le diseguaglianze con gli altri paesi Europei
  • Aumenti retributivi che riducano le diseguaglianze tra le categorie professionali.
  • Una legislazione che riduca le differenze retributive nella pubblica amministrazione al rapporto uno a dieci.
  • Una legislazione che riduca le pensioni più alte a non più di dieci volte la pensione minima.

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Scegliere Rifondazione alle prossime elezioni è un voto utile sul piano politico per costruire una sinistra alternativa e plurale, è un voto utile sul piano sociale (abolizione dei tickets ecc.) per contrastare le misure antidemocratiche e antipopolari, è un voto utile per ragioni di civiltà (guerra, uranio impoverito, cibo avvelenato ecc.).

Vota RIFONDAZIONE
Commissione lavoro del Circolo PRC "L. Geymonat" del Pinerolese
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A SINISTRA

PER IL LAVORO, PER L’AMBIENTE, PER I DIRITTI

In questi giorni la Confindustria, l’organizzazione dei padroni italiani (che negli ultimi anni hanno aumentato i loro profitti del 45%), ha iniziato la propria campagna elettorale. Chiede:

Una ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro ( cioé di usare a piacimento i lavoratori, buttandoli via quando non servono più)
Nuove privatizzazioni (per impadronirsi a prezzo di svendita di quel poco che resta del patrimonio pubblico)
Tanti soldi dallo stato per le grandi opere per fare affari in barba all'ambiente e alla salute dei cittadini
Una drastica riduzione delle tasse (per loro)

Il centrodestra ha già risposto di condividere pienamente il programma antipopolare dei padroni italiani. Non c'è da dubitarne, Berlusconi è uno di loro.
I1 centrosinistra, deludendo le speranze di molti lavoratori, ha gestito il governo secondo le logiche del mercato, cioè degli interessi degli imprenditori, dei grandi poteri forti economici, dimenticandosi la difesa delle grandi masse popolari.

Per queste ragioni Rifondazione Comunista lavora per costruire una alternativa a queste politiche sociali ed economiche, contrastando la rassegnazione di chi si limita a dire "sono tutti uguali" e non va a votare, delegando nei fatti questo o quel faccione che promette la luna da un cartellone pubblicitario.

Rifondazione sostiene invece

  • I lavoratori e lavoratrici che si battono per strappare qualche soldo in più.
  • I pensionati perché abbiano infine un aumento che permetta loro di vivere dignitosamente.
  • L’insieme dei cittadini perché alcuni diritti fondamentali come la scuola, la sanità, la casa l’assistenza siano garantiti a tutti.
  • Le comunità territoriali perché la difesa dell’ambiente non sia uno slogan che si dimentica quando si entra nei palazzi governativi.

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Per una nuova e compatibile politica energetica.

La richiesta di moratoria della costruzione di nuove centrali idroelettriche, fatta dal comitato per la salvaguardia del Chisone e dei suoi affluenti, deve essere sostenuta. Si tratta di scelte legate ad un uso privato di risorse pubbliche, collegate ad importanti problemi ambientali, che devono essere discusse nella prossima campagna elettorale.

  • La riduzione delle emissioni d'anidride carbonica (CO2) concordata nella conferenza di KIOTO, è indispensabile per la salvaguardia del clima del pianeta.

Riteniamo però un grave errore procedere per ottenere la riduzione di CO2 prevista, utilizzando principalmente lo sfruttamento totale delle risorse idroelettriche rimanenti. Questa scelta vuol dire accumulare notevoli ritardi nella produzione d'energia dal solare e nelle politiche di risparmio energetico.

Le risorse idroelettriche ancora sfruttabili, sono il 14% dell'intero patrimonio idroelettrico e più della metà di queste risorse si ricaverà dall'uso di piccole derivazioni. La produzione d'energia idroelettrica prevista rappresenta il 3% del totale.

  • L'uso delle acque diventa sempre di più una questione strategica ed importantissima. La pianificazione della risorsa acqua e da tempo una necessità ed è ben compresa da tutti. Pianificare vuol programmare e quindi misurare i periodi di secca o d'abbondanza dei fiumi e delle falde, cosa certamente non facile in periodi di trasformazioni climatiche, ma comunque indispensabile e per la quale si devono investire nuove risorse. Pianificare vuol dire anche non produrre danni, oggi la definizione vigente di deflusso minimo vitale per un fiume o un torrente non appare rispondente alla salvaguardia dell'ambiente. Questo limite a nostro avviso deve essere riconsiderato è aumentato in modo significativo.

Per deflusso minimo vitale, s'intende una quantità minima d'acqua che deve restare nel fiume o torrente e non può essere derivata. Gli attuali limiti portano la vita del fiume al collasso, troppe sono le variabili non controllate e troppo poche e deboli restano le difese che la natura si dà per riprodursi.

  • In quanto poi alle concessioni ed ai controlli riteniamo che i progetti delle centrali debbano tenere conto dei problemi alluvionali, debbano tenere conto dei problemi idrogeologici presenti specialmente in tutta la Val Germanasca, debbano tenere conto delle compatibilità ambientali. Si tratta insomma di rivedere completamente i progetti e rilasciare concessioni solo dove si è sicuri di: non arrecare danni all'ambiente e si è sicuri di costruire impianti in zone stabili e non esondabili.

Partiamo dalla moratoria nella costruzione di nuove centrali idroelettriche

Partito della Rifondazione Comunista
Circolo "Ludovico Geymonat"
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LA SANITÀ È UN DIRITTO

No al taglio di 759 miliardi di spesa sanitaria decisi in Piemonte

dalla giunta di centro-destra.

 

NO alla riduzione del fabbisogno della ASL n°10 di Pinerolo da 216 miliardi a 205 miliardi

( 11 miliardi di tagli significano una riduzione di più di trenta di posti di lavoro e una riduzione delle prestazioni.)

 

LA SALUTE NON E’ UN MERCATO

Sostieni e firma la petizione popolare di Rifondazione Comunista

 

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Circolo "Ludovico Geymonat"
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La BELOIT non deve chiudere

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Chiediamo al Governo un forte e deciso intervento per permettere la ripresa dell'attività produttiva!

 

Tutti i lavoratori della BELOIT, delle altre fabbriche in difficoltà o disoccupati, devono avere la possibilità di vivere del proprio lavoro.

Vogliamo il diritto a un lavoro dignitoso per tutti! Non un lavoro mal pagato e senza diritti!

In questa nostra società dominata dal pensiero unico del mercato sembra non ci sia più posto per le classi più deboli, per coloro che con il loro lavoro arricchiscono il capitale.

Sono quindi indispensabili provvedimenti politici per un maggior controllo delle attività delle multinazionali da parte dei lavoratori e delle amministrazioni pubbliche.

Per difendere e aumentare le opportunità di lavoro occorre:

  • reperire delle risorse tassando le transazioni finanziarie internazionali (Tobin Tax);
  • distribuire il lavoro con la riduzione degli orari a parità di salario;
  • attuare una programmazione per settori dello sviluppo industriale;
  • valorizzare la risorsa lavoro con interventi sulla formazione professionale, sull'organizzazione del lavoro.

Mobilitiamo tutte le risorse del territorio per impedire i licenziamenti e trovare una soluzione dignitosa per tutti!

Partecipiamo Venerdì 17 Dicembre allo

SCIOPERO GENERALE

del Pinerolese e alla manifestazione

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
Circolo "L. Geymonat" - Via Bignone, 89 - 10064 Pinerolo
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Perché raddoppierà la tassa smaltimento rifiuti?

Questo delicato problema va affrontato e risolto con la partecipazione di tutti i cittadini!

Il nostro partito è impegnato su tutto il territorio nazionale per e incrementare la raccolta differenziata e il recupero più ampio dei rifiuti, tale impostazione è stata recepita nel programma della Turco per le prossime elezioni Regionali, ed è stata scelta dall'assemblea dei sindaci del Pinerolese.

Oggi l'ACEA sta lavorando alla realizzazione di un progetto molto ambizioso di recupero dell'85% dei rifiuti prodotti nel nostro territorio.

E un progetto che sosteniamo per la sua valenza di difesa dell'ambiente, ma è un progetto che ha un assoluto bisogno della collaborazione di tutti i cittadini. Esso può funzionare se la separazione dei rifiuti inizia in ogni famiglia.

Certo gli impianti per la separazione successiva e l'avvio al loro riutilizzo sono costosi e producono un necessario aumento delle tariffe, ma le tariffe aumenteranno soprattutto per la sopraelevazione della discarica.

L'ACEA che negli anni passati ha smaltito i rifiuti con dei costi molto bassi, per tutta una serie di ritardi ed errori di direzione non ha fatto nel tempo gli accantonamenti necessari per costruire una nuova discarica ed oggi chiede ai Consigli Comunali di finanziare in tre anni il costo di 21 miliardi necessario per sopraelevare l'attuale discarica.

Al punto in cui siamo arrivati, non ci sono altre soluzioni meno costose, per cui ci è toccato di approvare una linea che produrrà quasi il raddoppio delle tariffe di smaltimento rifiuti nei prossimi tre anni.

Sappiamo bene che il reddito da lavoro dipendente e le pensioni non possono crescere più del livello dell'inflazione, per cui questo aumento delle tariffe appare odioso perché produce una riduzione del reddito, ed è per questo che chiediamo alla popolazione una mobilitazione significativa.

  • Per un'azione continua nei confronti degli amministratori comunali, tale da ottenere dall'ACEA programmi di riorganizzazione tendenti a ridurre i costi di gestione e degli appalti, così da mitigare gli incrementi delle tariffe.
  • Per battere tutte quelle posizioni che sfruttando questi ritardi o errori di valutazione dell'ACEA, puntano a privatizzare quest'azienda speciale, senza peraltro fornire in prospettiva un servizio migliore ma solo un'altra occasione di fare profitti in un sistema di monopolio.
  • Per chiedere al Governo una legislazione tendente a ridurre il volume degli imballaggi ed a facilitare il loro riciclo.
  • Per chiedere al Governo, visto che i conti dello stato migliorano di giorno in giorno, di abbandonare la politica di stretto controllo sui salari e della riduzione dei trasferimenti agli enti locali.

Fai sentire la tua voce! Dai forza a chi vuole uno sviluppo consistente basato sul lavoro e accompagnato da una ridistribuzione del lavoro e della ricchezza!

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
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No ai Referendum antisociali e antidemocratici.

I referendum radicali sono antisociali perché colpiscono una tutela essenziale del lavoro, cioè il diritto ad essere reintegrati nel proprio posto, in caso di licenziamento avvenuto senza giusta causa, e sono antidemocratici perché cercano di cancellare dal Parlamento chi più di ogni altro lotta per estendere i diritti dei lavoratori, come nel caso di Rifondazione Comunista.

L'attacco ai diritti del lavoro punta a stravolgere l'assetto istituzionale della nostra repubblica che la Resistenza e i Costituenti hanno voluto fondata sul lavoro.

Ciò che c'è dietro il referendum sui licenziamenti è l'idea iperliberista, sbagliata e inaccettabile che sarebbero le forme di tutela del lavoro a rendere più difficile l'aumento dell'occupazione.
La realtà ci insegna il contrario, man mano che si sono ridotte le tutele non è cresciuta l'occupazione, ma è avvenuta la sostituzione di lavoro stabile con lavoro precario, ferma restando la massa enorme dei disoccupati.
Dare la possibilità di licenziare senza giuste ragioni significherebbe consegnare tutto il potere al datore di lavoro, ed è particolarmente odioso pensare a come si potrebbero esercitare su soggetti deboli prepotenze e discriminazioni che, se anche riscontrate, non porterebbero al reintegro nel lavoro.
I lavoratori hanno perso almeno 100 mila miliardi di reddito (il 10% del PIL) mentre sono cresciuti i profitti e non è scesa la disoccupazione. Si è tagliato lo stato sociale rendendo i cittadini meno tutelati ma non si è creato nuovo sviluppo. Tanti soldi sono stati dati alle imprese ma l'occupazione non è migliorata.

I guai del nostro paese non sono provocati dai diritti dei lavoratori o dal sistema proporzionale, essi sono il risultato del fallimento delle ricette liberiste.

Con l'abrogazione delle norme che assegnano un 25% di seggi col metodo proporzionale, si avrebbe l'eliminazione sostanziale del pluralismo politico, e in particolare delle forze che per la loro diversità non si omologano alla concorrenza tra i poli. Per di più, in caso di successo del referendum, l'assegnazione del 25% dei seggi ai secondi arrivati produrrebbe una contraddizione alla logica dei confronti uninominali in quanto ripescherebbe anche gli sconfitti.
In questi anni abbiamo misurato i danni del maggioritario. Altro che stabilità: si è impoverita la democrazia, si è alimentata l'astensione al voto, si sono omologate le forze politiche, è dilagato il trasformismo, si è moltiplicata la frammentazione con il proliferare di aggregazioni senza identità.

Il rilancio della logica maggioritaria ha solo il senso di dare più potere a chi già oggi lo detiene, esattamente come per l'abrogazione della giusta causa sui licenziamenti.

Questi referendum non devono passare:

Astenersi dal voto è legittimo ed è in questa fase la cosa più utile e giusta da farsi.

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Relazione introduttiva dibattito pubblico "I diritti dei lavoratori e il mercato globale"

Premessa

Prima di avviare questo dibattito voglio salutare tutti i presenti e ringraziare tutti per essere qui a questa nostra iniziativa, un particolare ringraziamento lo porgiamo a;

Stefano Zuccherini

Elvio Fassone

Giorgio Merlo

Pietro Passarino

Rocco Papandrea

Sergio Vallero

Gian Piero Clement

 Questo lavoro di ricerca è nato da una discussione avviatasi nel nostro circolo a seguito di un dibattito sulla condizione dei lavoratori nel nostro territorio.
Abbiamo deciso che si doveva parlare di diritti, perché le condizioni di lavoro e la catena del comando sono state e sono in grande trasformazione, al punto da evocare immagini e sensazioni di un ritorno a condizioni di nuova servitù. Questo nostro lavoro non vuole e non può essere, viste le nostre risorse, una ricerca esaustiva di tutti gli aspetti legati alle questioni dei diritti dei lavoratori dipendenti o autonomi. Abbiamo però raccolto delle informazioni per dare ai partecipanti a questo dibattito qualche riferimento in più. Nell'ingresso trovate del materiale che abbiamo raccolto e duplicato su questo argomento. Noi speriamo che questi elementi siano utili anche per la valutazione di accordi significativi per tutto il mondo del lavoro dipendente, ( cessione della Beloit, la contrattazione integrativa alla SKF, meritocrazia nella scuola ecc.) come per la discussione sulla carta dei diritti fondamentali che verrà adottata dall'Unione Europea.

Il diritto al lavoro

Il mercato globale favorisce lo sviluppo di imprese sempre più grandi e transnazionali, organizzate per tipi di prodotto su scala mondiale e con articolazioni produttive estremamente frammentate. L'informatizzazione rende possibile la direzione di queste grandi imprese a gruppi di persone ristrette a loro volta condizionati fortemente dalla pressioni di azionisti che trovano guadagni facili nel mondo della speculazione finanziaria. Tale situazione produce una organizzazione del lavoro tutta incentrata sulla riduzione dei costi e sull'aumento della produttività. In questa nuova organizzazione del lavoro viene utilizzata una visione ideologica del mercato che nella sua applicazione tende ad omologare tutti i comportamenti dei lavoratori al concetto di domanda ed offerta. Così facendo si relega il Sindacato a puro gestore di servizi e di collaboratore aziendale al fine di mantenere il consenso verso l'interesse strategico dell'impresa. Caratteristica tipica del nuovo modo di lavorare è il rapporto sempre più lontano e sfuggente tra il prestatore di lavoro e chi decide le strategie lavorative, una trasformazione che sta interessando in forme massicce anche il lavoro autonomo. Altro carattere importante è la costante presenza di un forte esercito di lavoratori disoccupati, utilizzato per introdurre elementi di divisione all'interno del mondo dei lavoratori. Come potete vedere dai dati presenti nel materiale distribuito, la disoccupazione è ancora molto alta e le forme di assunzione con contratti atipici riguardano circa quattro lavoratori assunti su cinque.

Nel Pinerolese si registrano i dati peggiori dell'intera Provincia di Torino per quanto riguarda la disoccupazione e le forme di lavoro atipiche. Inoltre, la presenza molto diffusa di aziende Multinazionali, fornisce molti punti di osservazione sulle modifiche alla catena del comando. In sintesi, per quanto riguarda il diritto al lavoro, si può dire che nel nostro paese un lavoro lo si riesce a trovare, con differenze notevoli tra regioni e regioni, ma a condizioni sempre più insicure, disagiate e sempre più povere di diritti.

 Il diritto a un salario dignitoso

Anche il diritto a un'equa retribuzione è attaccato dalle trasformazioni sopracitate. I dati ISTAT ci danno un'idea della dinamica del potere d'acquisto delle retribuzioni: dal 1995 ad oggi l'indice generale delle retribuzioni minime contrattuali è passato da 100 a 113,9 mentre quello dei prezzi da 100 a 113,1 ma in questo ultimo anno le retribuzioni sono aumentate del 2% mentre i prezzi sono aumentati del 2,6%.
Se teniamo poi conto che:

  1. dal 1992, anno del blocco della contingenza, al 1995 l'inflazione elevata ha eroso decisamente il potere d'acquisto delle retribuzioni.
  2. L'indice dell'aumento dei prezzi calcolato dall'ISTAT non tiene conto delle politiche tariffarie, né sembra rappresentare adeguatamente l'insieme delle spese compiute da una famiglia.
  3. Il Governatore della Banca d'Italia afferma che l'aumento della pressione fiscale in questi ultimi anni ha eroso le retribuzioni del 5%
  4. In questi anni sono state introdotte forme di lavoro con retribuzioni sensibilmente più basse (apprendistato, CFL, stage, ecc.)
  5. La contrattazione integrativa è limitata per estensione e limitatissima nei contenuti salariali.
  6. Uno studio dell'Unione Europea afferma che il potere d'acquisto delle retribuzione italiane è il più basso fra quelle registrate nei maggiori paesi dell'Unione.

In sintesi si può dire che la politica dei redditi, voluta dai vari Governi e dai Sindacati non ha prodotto i risultati desiderati. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti sono state gli unici redditi da lavoro di fatto bloccati ed erosi come potere d'acquisto dall'aumento dei prezzi, e non si è avuto in cambio nemmeno un buon risultato sull'occupazione. A quelli che ci ricordano che se non ci fosse stata questa politica dei redditi avremmo una situazione economica disastrosa, vogliamo solo ricordare che mai come in questi anni vi è stato un aumento dell'accumulazione di capitale e che lo stesso viene sempre più impiegato in altre parti del mondo.

 

Il diritto ad avere una rappresentanza sindacale e una difesa reale contro i licenziamenti

Come abbiamo visto in precedenza la struttura produttiva ed il pensiero unico del mercato, alimentato da in sistema informativo tutto liberista, rendono più deboli le difese costruite dai lavoratori. Lo testimonia l'attacco allo statuto dei lavoratori volto ad eliminare la giusta causa per il licenziamento, portato avanti con un referendum per fortuna sconfitto ma tuttora presente nei programmi della Confindustria e della Casa delle Libertà. La legislazione e gli accordi in vigore non garantiscono più il diritto fondamentale ad avere un sindacato per contrastare lo strapotere del capitale e rendere i lavoratori prima persone e non merci. Occorre provvedere con una nuova legislazione nazionale ed almeno Europea per dare un effettivo potere di eleggere liberamente e senza discriminazioni le proprie rappresentanze sindacali ai lavoratori. Una legislazione che conferisca inoltre tutele per le rappresentanze sindacali e per i lavoratori al fine di evitare ogni discriminazione.

 

Il diritto alla salute, alla formazione ed alla previdenza sociale

Il mercato globale riduce fortemente il peso dello stato e favorisce uno sviluppo territoriale a macchia di leopardo di zone in forte competizione tra di loro. Gli egoismi locali vengono alimentati da questo tipo di sviluppo. Le giuste richieste di conferire maggiori competenze alle Regioni possono però produrre nuove diseguaglianze, con conseguente perdita di diritti, in particolar modo per le regioni meno forti. Pensiamo al diritto alla formazione: cosa avverrà se le regioni più forti del paese decidono di favorire la scuola privata e ridurre la solidarietà verso le regioni più povere? E per il diritto alla salute? Saranno gli Italiani curati allo stesso modo se si favoriranno cliniche per ricchi, assicurazioni private, e se i soldi delle tasse non verranno distribuiti con sistemi veramente perequativi?
La riduzione dello stato sociale e la sua sostituzione con l'ingresso dei privati, a che punto si fermerà? Se guardiamo al mondo della previdenza sociale non si può fare a meno di pensare all'uso dei fondi pensione sui mercati finanziari. Per assicurare una rendita più alta non fanno che contribuire ad aumentare lo sfruttamento (quello che ti offrono da un lato te lo pigliano dall'altro e nel contempo si fanno pure pagare il servizio). Nel nostro territorio la percentuale di lavoratori immigrati ed extracomunitari non è ancora alta, ma già si sentono i problemi che potranno arrivare se non si riuscirà in tempo a dare a tutti coloro che lavorano uguali diritti e una vita dignitosa, anche attraverso un impegno più forte da parte dello stato contro il lavoro nero.

 

Conclusioni

Quest'ultimo decennio, segnato dalla scomparsa del blocco socialista e dal preponderante dominio del capitale finanziario, è senza dubbio un periodo che fornisce indicazioni abbastanza chiare sul tipo di sviluppo che abbiamo di fronte. In questi anni vi è stato un incremento delle diseguaglianze nello sviluppo economico a tutti i livelli, tra i paesi avanzati e quelli in via di sviluppo e, all'interno di questi, tra le loro regioni e le loro zone. Un modello di sviluppo contraddistinto da un incremento delle diseguaglianze sociali sia nei paesi in forte sviluppo che in tutti gli altri. La crescita economica viene tutta utilizzata a vantaggio dei profitti e della rendita. Tale situazione stimola ancora di più la parte più abbiente a glorificare la bontà del mercato ed a avviare sul piano politico una corsa all'omologazione attorno ai valori del mercato. In questo lavoro abbiamo preso in considerazione solo alcuni dei diritti legati al lavoro, ma i problemi che si aprono con un uso della scienza così legata agli interessi economici sono grandissimi. Le manipolazioni genetiche mettono in discussione le basi stesse dello sviluppo della natura e della vita umana e il loro controllo è affidato ad un sistema di relazioni politiche e sociali frantumate e troppo condizionabili dai grandi centri di potere economico. La sensazione che si avverte facendo ricerca e discutendo con la gente é che il futuro delle giovani generazioni sia più difficile. Questa sensazione è all'opposto di quanto hanno sentito le generazioni del dopoguerra e ci da un segno di quanto questo modello di sviluppo sia la causa del peggiora-mento di condizioni per le masse popolari e quanto noi dobbiamo cambiare il nostro modo di comportarci se vogliamo ridare a tutti e soprattutto ai giovani una speranza in un futuro migliore. Ma occorre capire nei confronti di chi dobbiamo far sentire le ragioni dei più deboli e degli esclusi, visto che la dimensione internazionale assunta dal mercato globale sta mettendo fuori gioco lo stato nazionale. Considerato che le grandi decisioni per il controllo del mercato (quanto mai necessarie per evitare crisi molto più forti di quella del 1929) vengono prese da organismi di direzione ademocratici, quali il F.M.I., la Banca Mondiale, il WTO, con il coordimento degli 8 paesi più industrializzati, tali organismi sono diventati per tutto il mondo del lavoro la controparte naturale. Considerato poi che queste istituzioni sono il frutto dell'attuale modello capitalistico, una loro conversione o una loro democratizzazione non è pensabile se non con radicali modifiche al meccanismo di sviluppo capitalistico. E con questa consapevolezza che possiamo leggere le vicende della Beloit non come una sconfitta del movimento dei lavoratori, ma come una tappa di conoscenza diretta delle nuove condizioni. Il percorso per raggiungere la possibilità di poter discutere e cambiare le decisioni prese da questi organismi internazionali è quanto mai complesso, ma la consapevolezza che questi rappresentano le classi dominanti ci può aiutare nel definire un percorso di lotte e contestazioni calibrate ai vari livelli, per ottenere in questa fase miglioramenti economici e diritti indispensabili per una profonda trasformazione economica e sociale.

Riteniamo perciò necessario lavorare per:

Note organizzative:

Abbiamo pensato che la discussione possa avvenire seguendo questo filo di ragionamento, prima una comunicazione delle organizzazioni sindacali presenti, poi una comunicazione delle esperienze amministrative su questo tema, infine le comunicazioni dei parlamentari presenti, dopo un breve spazio per interventi ci saranno le conclusioni del compagno Zuccherini responsabile del dipartimento lavoro del PRC.

Per un buon svolgimento della discussione e per chiudere i lavori verso le 18 si raccomanda di fare le comunicazioni nel tempo di 10 minuti.


Pinerolo 14 Ottobre 2000

II diritti dei lavoratori e il mercato globale

Documenti preparatori

 

A cura del Circolo P.R.C. "Ludovico Geymonat" del Pinerolese

  1. Premessa
  2. Questo lavoro di ricerca è nato da una discussione avviatasi nel nostro circolo dopo una discussione sulla condizione dei lavoratori nel nostro territorio.
    Abbiamo deciso che si doveva parlare di diritti, perché le condizioni di lavoro e la catena del comando sono state e sono in grande trasformazione, al punto da evocare immagini e sensazioni di un ritorno a condizioni di nuova servitù.
    Questo nostro lavoro non vuole e non può essere, viste le nostre risorse, una ricerca esaustiva di tutti gli aspetti legati alle questioni di diritti dei lavoratori dipendenti o autonomi, abbiamo raccolto delle informazioni per dare ai partecipanti qualche riferimento in più.
    Noi speriamo che siano utili anche per la discussione sulla valutazione di accordi significativi per tutto il mondo del lavoro dipendente, ( cessione della Beloit, la contrattazione integrativa alla SKF, meritocrazia nella scuola ecc.) come per la carta dei diritti fondamentali che verrà adottata dal Unione Europea.
     

  3. Il diritto al lavoro
    1. Disoccupati
      1. Una disoccupazione ancora alta
      2. Il nostro paese fonda la sua costituzione proprio su questo diritto, ma la sua applicazione è sempre stata messa dopo la soddisfazione degli interessi delle imprese.
        La mancanza di lavoro nel nostro paese interessa a fine Aprile 2000 al'10,8 % della popolazione attiva, cioè una cifra superiore ai tassi di disoccupazione degli anni settanta.

        Anno 1993 1994 1995 1996 1997 1998 Apr.2000
        Italia 10,2 11,3 12,0 12,1 12,1 12,3 10,8
        Europa 10,8 11,1 10,9 11,3 10,6 9,9  

        La ripresa dell'economia sta producendo una riduzione della disoccupazione, secondo l'ISTAT "il tasso di disoccupazione in termini destagionalizzati è diminuito di quattro decimi di punto rispetto a gennaio, attestandosi al 10,7 per cento, mentre nel raffronto tendenziale con la rilevazione dell'aprile 1999 si è ridotto dall'11,7 al 10,8 per cento", tuttavia il problema della mancanza di lavoro è ben lontano da una sua soluzione.
        Esistono profonde diversità tra Nord e Sud e all'interno delle stesse regioni, e poi questa crescita della base occupazionale avviene principalmente con un aumento delle forme di lavoro atipico. "Nel raffronto tendenziale con l'aprile del 1999 l'occupazione dipendente a termine e quella a tempo parziale, al netto delle sovrapposizioni, hanno creato 202.000 posti di lavoro, con una crescita del 9,2 per cento (8,5 per cento nel gennaio scorso). Più contenuto è risultato l'aumento dell'occupazione dipendente full-time a tempo indeterminato, pari a 50.000 unità (+0,4 per cento); il trimestre scorso, sempre in termini tendenziali, il progresso era stato dello 0,9 per cento."
        In Piemonte il tasso di disoccupazione è al 7,2%, nella provincia di Torino al 9%
        Nel Pinerolese risultano iscritti al collocamento a fine Settembre 10806, cioè un offerta di lavoro pari all'11,68% della popolazione in età da lavoro. Va ricordato che in questo numero, vi sono circa 2000 persone, che al momento dichiara la indisponibilità al lavoro.
        Numero di iscritti al collocamento di Pinerolo

        1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 Sett.2000
        7158 6589 6939 7982 8017 10525 10203 9902 9863 10806

         

      3. Strumenti di rilevamento inadeguati

      (Informazioni tratte dalla Ricerca sul mercato del lavoro Lombardo fatta dalla GCIL Lombarda)
      La prima difficoltà in cui ci si imbatte nell’inoltrarsi nella disamina del mercato del lavoro è costituita dalla inadeguatezza e dallo scarso grado di attendibilità dei dati statistici che vengono forniti dalle fonti ufficiali.
      A lamentare la molteplicità e la differenziazione dei criteri di rilevamento, nonché la loro mancanza di precisione e l’assenza di un raccordo tra i diversi istituti preposti, è la generalità degli attori.
      A fornire i dati ufficiali sul mercato del lavoro oggi concorrono più fonti e cioè:
      i censimenti decennali della popolazione, delle unità locali e dell’agricoltura i quali, peraltro, seguono tempi e sistemi di rilevazione diversi fra di loro e ciò fa sì che non sempre essi risultino utilizzabili in maniera coerente ed omogenea;
      l’indagine trimestrale dell’Istat sulle forze lavoro che viene svolta mediante campionamento e la quale sembra rappresentare il rilevamento che meglio di altri fornisce una visione delle dinamiche che investono il mercato del lavoro perché assai vicina alla realtà;
      le liste delle persone in cerca di lavoro compilate dagli ex Uffici di collocamento e rese pubbliche dal Ministero del Lavoro nelle quali, però, oltre ai disoccupati, per diverse ragioni confluiscono anche coloro che un’occupazione ce l’hanno già e anche chi non è interessato ad averla, pertanto non forniscono dati attendibili circa i livelli reali della disoccupazione;
      In sostanza, questo articolato ma al tempo stesso complicato sistema di rilevamenti statistici, di fatto, oltre a fornire spesso dati incerti e contraddittori, manca di un’impostazione omogenea e non consente integrazioni e arricchimenti rendendo così problematico ogni sforzo di sintesi. Soprattutto, poiché i criteri di rilevamento non risultano adeguati a cogliere le modificazioni che hanno investito in questi anni il mondo dell’economia e del lavoro, i dati statistici a disposizione non consentono di quantificare e interpretare gli effetti prodotti dal postfordismo.
      Entro la metà del 2000 dovrebbe essere attivato su tutto il territorio nazionale il nuovo sistema informativo lavoro (Sil) per raccogliere e aggiornare in tempo reale le informazioni sulle caratteristiche dei disoccupati e sui posti disponibili nelle aziende.
      C’è da augurarsi che l’attivazione del Sil contribuisca a superare le incongruenze che abbiamo rilevato e che, conseguentemente, per quelle istituzioni cui compete il governo del mercato del lavoro non ci siano più alibi di sorta per giustificare l’ignoranza dei dati più elementari sulla disoccupazione.
      Secondo l’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) quasi ovunque nei Paesi occidentali la percentuale degli occupati è diminuita e i rispettivi mercati del lavoro hanno registrato profondi sconvolgimenti.
      Questi processi hanno modificato i rapporti di forza dentro le aziende e nei luoghi di lavoro, hanno sostanzialmente cambiato le regole che governano il mercato del lavoro, in particolare hanno rivoluzionato i criteri del suo accesso. La vecchia cultura fordista che per decenni ha ipotecato lo stesso movimento dei lavoratori è entrata in crisi. Se i segni di questi epocali mutamenti appaiono ormai ben visibili, una loro approfondita analisi e interpretazione tardano ancora ad essere compiute
      .
       

    2. Le trasformazioni nel mondo del lavoro
      1. Il mercato del lavoro negli anni ‘90
      2. (Informazioni tratte dalla Ricerca sul mercato del lavoro Lombardo fatta dalla GCIL Lombarda)

        Il tradizionale ricorso alla "ricerca numerica" della manodopera da parte delle imprese tramite i vecchi Uffici del collocamento è ormai un ricordo. Oggi le aziende ricorrono sempre più alle assunzioni personalizzate.
        Il posto fisso e garantito non è più l’abituale forma di accesso al mercato del lavoro. L’assunzione a tempo pieno e indeterminato viene adottata per una minoranza dei nuovi assunti. Oggi, un giovane prima di trovare una collocazione stabile deve necessariamente passare attraverso più esperienze lavorative, deve sperimentare forme di lavoro temporaneo e precario.
        Il mercato del lavoro è a tal punto cambiato che ormai non è più un caso raro ritrovare in una medesima azienda, specie in quella dove sono stati messi in atto processi di esternalizzazione della produzione, lavoratori che operano fianco a fianco con mansioni identiche, ma che vantano posizioni giuridiche e trattamenti normativi e salariali estremamente differenziati. Succede cioè che accanto al lavoratore assunto a tempo pieno e indeterminato, si possono ritrovare persone che operano in azienda con contratti a tempo determinato, lavoratrici a part time, oppure lavoratori interinali, collaboratori coordinati e continuativi, collaboratori occasionali, soci di cooperative, professionisti con partita Iva e altre figure ancora dalla condizione lavorativa precaria e giuridicamente non garantita.

      3.  
        L'atipicita come modello di inserimento lavorativo
      4. Secondo i dati dell’Istat, nel ‘96 in Italia, le assunzioni risultavano essere così ripartite: 45,3% a tempo indeterminato; 26,3% a tempo determinato; 9,5% tramite contratti di formazione lavoro; 6,1% a contratto stagionale; 2,9% apprendistato; il resto in altre forme atipiche. Per le organizzazioni sindacali e la Confindustria, sempre in Italia, i contratti a termine ammonterebbero a 1.500.000, i contratti a part time a 1.600.000, i contratti di formazione e lavoro a 1.000.000. A queste forme di lavoro atipiche andrebbero poi aggiunti almeno 4.000.000 tra collaboratori, self-employment con partite Iva, soci di cooperative, stagisti, ecc., per un totale di 8 milioni di unità.
        Anche ne Pinerolese come nel resto del paese le assunzioni con forme di lavoro atipico sono in espansione.

        Nel 1999 si sono registrate le seguenti assunzioni:

          Apprendistato Formaz. Lav. Tempo determ. Tempo indeter. Totali
        Totale 1181 862 5387 2774 10204
        Di cui a Part-time 113 136 631 612 1492

        I passaggi diretti sono stati 1091, nessun assunto con anzianità superiore a 25 mesi.

        Nel 1993 il totale degli avviamenti era di 3903 persone, con l'introduzione dei contratti a tempo determinato le assunzioni sono aumentate notevolmente arrivando l'anno scorso a 10204 unità, ma ciò non ha ridotto il tasso della disoccupazione.

        Andamento delle assunzioni a tempo determinato compresi i CFL nel Pinerolese

          1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 Sett.2000
        C.F.L.   1200 2500 2800 2600 1143 838 862 478
        Tempo det.           3523 4025 5387 4804
        Totale   1200 2500 2800 2600 4666 4863 6249 5282

        Va ricordato che il 60-65% dei contratti di formazione lavoro si trasformano poi in assunzioni a tempo indeterminato.

      5. Il sopravvenire di una nuova etica del lavoro
      6. (Informazioni tratte dalla Ricerca sul mercato del lavoro Lombardo fatta dalla GCIL Lombarda)

        L‘estensione del lavoro atipico è insieme causa ed effetto dell’affermarsi di una nuova cultura del lavoro. La crisi del posto fisso, provocata dalle trasformazioni che hanno investito il sistema della produzione e dei servizi, ha indotto le persone a modificare le proprie aspettative in campo professionale e ad adattarsi alle nuove regole e compatibilità del mercato. Questo non vuole però dire che la maggioranza di chi lavora e di chi aspira a farlo abbia rinunciato al bisogno di avere la certezza del posto di lavoro.
        Una indagine di opinione condotta recentemente dall’Abacus per conto della Cgil della Lombardia e della Campania, ha accertato che l’80% degli operai e il 78% degli impiegati privilegia la stabilità del rapporto lavorativo rispetto alla flessibilità, mentre un altro sondaggio condotto dalla stessa agenzia ci fa sapere che, in Lombardia, il 55% dei giovani e il 70% delle persone adulte preferiscono un posto di lavoro stabile, anche se non interessante, piuttosto di un lavoro precario interessante. Secondo l’Ispo, mentre l’82% dei milanesi dice "sì" alla flessibilità, il 65% degli stessi non vuole che i contratti a termine diventino il modello prevalente. Dai risultati che, poi, emergono dalle periodiche indagini condotte dal sociologo Mannheimer per conto del "Corriere della sera", si ricava che mentre il 51% degli italiani ritiene che per combattere la disoccupazione ci vogliano elementi di flessibilità nel rapporto di lavoro, il 57% degli stessi si pronuncia contro la libertà di
        licenziamento e quindi contro la deregulation del mercato del lavoro. E ancora, da un sondaggio Eurisco, svolto per conto della Vedior su un campione di iscritti di 13 uffici di collocamento del Nord Italia, si apprende che il 90% degli intervistati è disposto certo ad accettare un lavoro a tempo determinato, però il loro obiettivo resta pur sempre il posto fisso.
        Ciò che in fatto di concezione del lavoro è modificato nel corso degli anni ‘90 non riguarda tanto e soprattutto l’esigenza di una sicurezza del posto che resta invece un obiettivo per la stragrande maggioranza delle persone, quanto invece le opportunità che una professione può offrire.
        L’Irer ha compiuto un confronto tra due indagini condotte rispettivamente nel 1988 e nel 1996 sulla concezione del lavoro dei lombardi e ha appurato che, mentre "la sicurezza del posto " rimane al primo posto nella scala delle priorità degli intervistati, ad assumere in modo considerevole una maggiore importanza sono "l’indipendenza e l’autonomia ". Ad attribuire più peso alla sicurezza sono le persone collocate nelle qualifiche più basse, a privilegiare invece il contenuto del lavoro e la sua autonomia sono coloro che si collocano ai livelli più alti. Si rivela comunque in declino, anche tra i lavoratori generici della grande industria, la storica concezione strumentale del lavoro, quella che lo intende come una necessità spiacevole, mentre avanza in generale la concezione realizzativa legata appunto a una maggiore flessibilità del rapporto proprio in funzione delle opportunità.
         

      7. I rapporti di lavoro atipici

        I collaboratori coordinati continuativi e occasionali

        Il collaboratore è colui che presta la sua attività al di fuori di qualsiasi regolamentazione preordinata e il suo trattamento normativo ed economico risulta affidato esclusivamente alla capacità di contrattazione personale con il committente. Secondo un’indagine del Censis del ‘97, il 41% dei collaboratori italiani considera questa collocazione come un "modello di lavoro emergente e preferito ", mentre il 67% si dice completamente o abbastanza soddisfatto della propria condizione lavorativa. In alcuni casi, infatti, questo tipo di rapporto di lavoro porta a incrementare lo spirito di iniziativa del soggetto, ad aumentare le sue capacità professionali, la sua disponibilità al rischio e ad accentuare il suo grado di autostima.
        Non per tutti, però, la collaborazione risulta essere una soluzione ottimale dei propri problemi esistenziali. In molti di questi lavoratori atipici si riscontra un senso di impotenza e di rassegnazione, un vuoto di identità, di non appartenenza, soprattutto di precarietà rispetto al futuro.
        Su scala nazionale, i collaboratori coordinati e continuativi iscritti all’Inps sono risultati essere 1.048.120 nel ‘97, 1365.960 nel ‘98, 1.578.000 nel ‘99. Il 57% risultavano essere uomini, il 43% donne; l’età media, nel ‘97 era di 38 anni, nel ‘99 di 44. Oltre la metà di loro risultava concentrata nelle regioni del Nord d’Italia, mentre all’incirca uno su quattro (23%) era situato in Lombardia.
        Mentre nel ‘97, in Italia, i collaboratori che avevano un solo committente erano il 68,2% del totale, nel ‘99 essi raggiungevano l’86,8%, dimostrando così la tendenza all’allargamento dell’area dei collaboratori che operano in condizione di maggior subordinazione.
         

        Il lavoratore in affitto

        Il lavoro interinale è stato introdotto in Italia nel ‘97 con un notevole ritardo rispetto agli altri Paesi europei a causa, qualcuno sostiene, dell’avversione delle organizzazioni sindacali. A metà degli anni ‘90 i lavoratori temporanei gestiti dalle agenzie fornitrici costituivano il 2,7% degli occupati in Olanda, l’1,7% in Francia, lo 0,8% in Germania.
        Nel nostro Paese, tra il gennaio e il giugno del ‘99, secondo le stime ufficiali, i lavoratori interinali sono stati circa 75.500, per un totale di oltre 12 milioni e mezzo di ore lavorate, contro i 50.000 del ‘98. Il 44% di questi lavoratori sono risultati impegnati nell’industria meccanica, mentre il terziario ha assorbito il 22%. La durata media delle missioni è stata di 166,3 ore, le imprese utilizzatrici sono risultate essere 14.347.
        Mentre i lavoratori interinali che vantano qualifiche professionali specializzate spesso vengono contesi dalle agenzie fornitrici e dalle aziende utilizzatrici, essendo appunto rari sul mercato, le figure meno qualificate sono destinate anche a lunghi periodi di inoccupazione ed è proprio questa condizione di precarietà all’origine delle riserve e delle avversioni sindacali.
        Da quando è stato istituito fin verso la fine del ‘99, il lavoro interinale è stato ammesso per le sole qualifiche medio-alte e questa limitazione ha suscitato molte lamentele sia da parte delle agenzie di lavoro temporaneo che del sistema delle imprese. Con i recenti provvedimenti governativi, invece, il suo utilizzo è stato esteso anche alle qualifiche più basse e pure ai settori dell’agricoltura e dell’edilizia per i quali inizialmente era stata consentita solo una sperimentazione.
        Nel Pinerolese nel 1999 sono stati fatte 1122 assunzioni con contratto di lavoro interinale; a Settembre del 2000 le assunzioni sono già 1132.
         

        Il socio-lavoratore di cooperativa

    Una parte del lavoro atipico trova sviluppo nel mondo della cooperazione. E’ proprio in questa realtà che accanto a varie forme di collaborazione e di volontariato c’è la presenza del socio di cooperativa che è al tempo stesso un lavoratore della medesima. Questa figura professionale è del tutto originale e rappresenta un incrocio tra il lavoratore dipendente e l’imprenditore collettivo.
    Attorno al ruolo della cooperazione, alle luci e alle ombre che questo settore presenta a riguardo dei diritti di chi vi opera, il dibattito risulta molto acceso. Se da una lato vi è la discussa figura del socio-lavoratore, dall’altro non si può affatto prescindere dal ruolo determinante che le cooperative sociali svolgono sul versante dell’inserimento lavorativo dei disabili e dei soggetti in condizioni di disagio sociale.
     
    in partecipazione, stages e lavoro nero
    Un altro genere di rapporto di lavoro atipico è l’associazione in partecipazione. Per ora questa forma di prestazione risulta essere poco diffusa in Lombardia e la sua presenza è limitata soprattutto a quelle realtà territoriali che sono maggiormente investite dai processi innovativi, è presumibile però che nel prossimo futuro essa abbia un rapido sviluppo. Con questo tipo di rapporto, tra il datore di lavoro e il prestatore d’opera interviene una pattuizione, molto spesso non scritta, che prescinde da qualsiasi norma legislativa in materia. Il lavoratore si impegna a prestare la sua attività, in genere presso un negozio, come se fosse un dipendente in cambio di somme di denaro, quasi sempre modeste, che rappresentano degli anticipi sui presunti utili dell’impresa e i quali vengono accertati solo in sede di bilancio. Si tratta in sostanza di una partecipazione più che agli utili, al rischio d’impresa che esclude qualsiasi altra garanzia di cui risulta beneficiario il lavoratore dipendente regolarmente assunto che svolge identiche mansioni.
    Per completare il quadro della cosiddette nuove figure atipiche , è da ricordare infine quella dello stagista. Si tratta di una forma di approccio-inserimento nel mercato del lavoro di chi ha completato o è in fase di completamento degli studi. Essa risulta in rapida espansione e un incremento notevole, come sottolineano le stesse fonti governative, lo si è avuto a partire dal ‘97. Nel ’98, secondo calcoli della Banca d’Italia, dell’Inps, dell’Osservatorio del mercato del lavoro e di Assointerim, i tirocini e gli stages in Lombardia sarebbero stati 19.603.
    Non ovunque e non tutti gli stages sono sottoposti al controllo istituzionale o delle parti sociali. In taluni casi il ricorso da parte di aziende o di uffici professionali a questa forma di apprendistato o di tirocinio serve a mascherare situazioni di vero e proprio sfruttamento, divenendo appunto fonte di lavoro nero. In alcune realtà della Lombardia si sono addirittura registrati episodi di vero e proprio commercio di stagisti. Ci sono giovani con curriculum lunghissimi proprio perché hanno svolto molti stages. Probabilmente, però, da simili esperienze lavorative essi hanno imparato tanto quanto hanno guadagnato, cioè pochissimo o nulla. La gran parte degli stagisti, soprattutto quelli che operano su periodi brevi (3-6 mesi) non vengono retribuiti anche perché la legge non considera questa forma di prestazione un rapporto di lavoro subordinato e quindi non prevede l’obbligo di retribuzione da parte dell’azienda, né tanto meno quello previdenziale. A questa è lasciata la facoltà di riconoscere al massimo un rimborso spese.
    Oltre alle due grandi categorie di lavoratori "tipici" e "atipici", esiste una terza dalle dimensioni pure consistenti la quale è rappresentata dal cosiddetto lavoro nero o irregolare.
    Stimare l’entità dell’economia sommersa e del lavoro nero è cosa ovviamente difficile. C’è addirittura chi ritiene sia cosa impossibile e dubita della bontà delle stesse stime che vengono fornite a livello nazionale.
    In effetti, le diverse fonti di rilevamento statistico e di ricerca elaborano stime che non sempre coincidono. Ecco degli esempi! Uno studio del Cnel, svolto a metà degli anni ‘90, ha stabilito che i lavoratori irregolari, a livello nazionale, rappresentavano a quel tempo il 12,6% degli occupati, mentre quelli che svolgevano un secondo lavoro costituivano il 9,4% e coloro i quali, pur dichiarandosi non occupati, svolgevano alcune ore di lavoro rappresentavano l’1,4%. Sempre il Cnel, ha stimato che i lavoratori irregolari in Italia, dal ‘92 al ‘97, sono cresciuti del 6,2% passando da 3.089.000 a 3.282.000. Secondo l’Istat, invece, nel ‘98, le unità di lavoro non regolari (lavoratori irregolari, occupati non dichiarati e stranieri non residenti, al netto dei secondi lavori) rappresentavano il 17,8% delle unità regolari. E ancora l’Istat di recente ha stimato che le posizioni lavorative, in Italia, ammonterebbero a circa 8 milioni di unità, metà delle quali sarebbero doppi lavori non dichiarati. Da parte sua, il Ministro del lavoro in una sua relazione ha sostenuto che il lavoro nero riguarda 3.600.00 persone

    Il lavoro eterodiretto

    I fenomeni di terziarizzazione di pezzi di ciclo produttivo o di servizi sempre più forti provocano la perdita di autonomia per molte imprese artigiane e professioni, in quanto le sorti delle loro imprese dipendono dal fatto di avere uno o più committenti in grado di determinare sostanzialmente le loro condizioni di lavoro e di sviluppo.

    Considerazioni

    Il mercato globale favorisce lo sviluppo di imprese sempre più grandi e transnazionali, organizzate per tipi di prodotto su scala mondiale e con articolazioni produttive estremamente frammentate. L'informatizzazione rende possibile la direzione di queste grandi imprese a gruppi di persone ristrette a loro volta condizionati fortemente dalla pressioni di azionisti che trovano guadagni facili nel mondo della speculazione finanziaria.
    Tale situazione produce una organizzazione del lavoro tutta incentrata sulla riduzione dei costi e sull'aumento della produttività. In questa nuova organizzazione del lavoro viene utilizzata una visione ideologica del mercato che nella sua applicazione tende ad omologare di tutti i comportamenti dei lavoratori al concetto di domanda ed offerta. Così facendo si relega il Sindacato a puro gestore di servizi e di collaboratore aziendale al fine di mantenere il consenso verso l'interesse strategico dell'impresa.
    Caratteristica tipica del nuovo modo di lavorare è il rapporto sempre più lontano e sfuggente tra il prestatore di lavoro e chi decide le strategie lavorative. Altro carattere importante è la costante presenza di un forte esercito di lavoratori disoccupati, utilizzato per introdurre elementi di divisione all'interno del mondo dei lavoratori.
    Come potete vedere dai dati presenti nel materiale distribuito, la disoccupazione è ancora molto alta e le forme di assunzione con contratti atipici riguardano circa quattro lavoratori assunti su cinque.
    Nel Pinerolese si registrano i dati peggiori dell'intera Provincia di Torino per quanto riguarda la disoccupazione e le forme di lavoro atipiche. Inoltre, la presenza molto diffusa di aziende Multinazionali, fornisce molti punti di osservazione sulle modifiche alla catena del comando.
    In sintesi, per quanto riguarda il diritto al lavoro, si può dire che nel nostro paese un lavoro lo si riesce a trovare, con differenze notevoli tra regioni e regioni, ma a condizioni sempre più insicure, disagiate e sempre più povere di diritti, e che le impostazioni neoliberiste trasformano il diritto al lavoro sancito nella nostra costituzione in un diritto alla ricarca di un lavoro previsto dalla carta dei diritti fondamentali proposta dalla U.E.
    L'esempio della Beloit è significativo. Il destino di 320 lavoratori legato ad una e-mail giunta dagli Stai Uniti, dalla direzione di un Holding la Harnishfegher sconosciuta ai lavoratori.
     

  4. Il diritto a una giusta retribuzione
    1. Contratti collettivi, retribuzioni contrattuali e conflitti di lavoro
      1. Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali
      2. Fonte ISTAT

        Alla fine di luglio 2000 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore riguardavano 7,4 milioni di lavoratori dipendenti, per una quota pari al 62,3 per cento, in termini di monte retributivo contrattuale, del totale dei contratti osservati.
        Nel mese di luglio 2000 l'indice delle retribuzioni contrattuali orarie dei lavoratori dipendenti, con base dicembre 1995=100, è risultato pari a 114,0, con una variazione di più 0,8 per cento rispetto al precedente mese di giugno ed una di più 2,0 per cento rispetto a luglio 1999. La media delle variazioni tendenziali degli ultimi dodici mesi è stata pari a più 2,0 per cento.
        Nel periodo gennaio-luglio 2000 il numero delle ore non lavorate per conflitti di lavoro è stato pari a 3,4 milioni (dato provvisorio), con una riduzione del 39,9 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

        Tabella 1. Indici generali delle retribuzioni contrattuali (base: dicembre 1995=100). Luglio 2000

        Indice delle retribuzioni contrattuali per dipendente
        Giugno 1999 Luglio 1999 Giugno2000 Luglio 2000
        Numeri indice 111,0 111,7 113,0 113,9
        Variazioni percentuali tendenziali indice medio (12 mesi) 1,9 1,9 2,0 2,0
      3. La contrattazione integrativa

      Fonte CNEL

      "In Italia la contrattazione integrativa si realizza nel 60% delle imprese sindacalizzate, nelle piccole imprese si fa pochissimo ed in genere gli accordi realizzati legano gli aumenti salariali alla presenza, solo nelle imprese più grandi si fanno accordi legati ai risultati aziendali in genere però con scarsi risultati.
      Per ciò che concerne il legame tra impresa e lavoratori va notato come la contrattazione integrativa aziendale interessi soltanto una parte del sistema produttivo italiano: nel biennio 1995-96 sono state coinvolte circa i due terzi delle imprese industriali con 500 e più addetti e poco meno del 50% di quelle di medie dimensioni; d’altra parte, soltanto una minoranza delle imprese dei servizi e delle piccole imprese dell’industria ha sottoscritto accordi integrativi.
      La contrattazione aziendale ha riguardato principalmente la retribuzione e, in secondo luogo, l’organizzazione e gli orari di lavoro, l’ambiente e la sicurezza, le relazioni sindacali. Nel 64% delle imprese medio-grandi e nel 45% di quelle di piccole dimensioni coinvolte nella contrattazione aziendale sono state introdotte forme di retribuzione variabile e premi di risultato.
      Ciò appare, peraltro, coerente con l’accordo definito nel luglio 1993 tra governo e parti sociali, il quale, oltre all’obiettivo della salvaguardia del potere di acquisto delle retribuzioni, riservava un ruolo significativo alla contrattazione integrativa aziendale."
      Nel Pinerolese la contrattazione integrativa di questi ultimi anni ha dato pochi risultati sul piano economico e nelle piccole imprese i premi elargiti sono spesso legati alla presenza. Nella SKF la contrattazione integrativa legata ai risultati ha prodotto spesso un premio inferiore a quello dell'anno precedente e nella media degli ultimi cinque anni incrementi dei premi attorno alle 200.000 lire l'anno, cioè incrementi di salario dello 0,5%. In buona sostanza tutti gli aumenti di produttività sono stati incamerati dall'azienda, che anno su anno presenta bilanci con riduzioni sostanziali della incidenza del costo del lavoro sul fatturato.
      E da rilevare, che nel rinnovo della contrattazione aziendale del 2000 nel Gruppo SKF, la scarsa consistenza del premio elargito circa 300.000 lire annue ha prodotto un accordo separato. Da un lato FALI, FIM e UILM dicono che va bene, dall'altra la FIOM dice di no e si mobilita per richiedere un Referendum di consultazione dei lavoratori.
      Questa situazione a nostro avviso è il risultato di una organizzazione del lavoro in cui la riduzione dei costi e l'aumento della produttività sono spinti al massimo ed il controllo sui lavoratori non è più direttamente controllato tramite la verifica dei tempi di lavoro, ma attraverso il controllo delle disponibilità ad accettare la filosofia dell'impresa.
      Un simile controllo tollera poco e male le forme di dissenso e produce una perdita generalizzata di diritti per i lavoratori.

       

    2. Indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività

    Fonte ISTAT

    In base ai primi dati elaborati ed in parte diffusi autonomamente dagli uffici comunali di statistica (ma non ancora controllati e convalidati), l’Istituto nazionale di statistica stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività nel mese di agosto 2000 presenti un aumento dello 0,1 per cento rispetto al mese di luglio e del 2,6 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
    I dati definitivi, insieme con quelli relativi agli indici armonizzato e per le famiglie di operai e impiegati, saranno diffusi il prossimo 18 settembre 2000.

    Tabella 1. Indice generale (base 1995=100). Dati provvisori. Agosto 2000

      Giugno Luglio Agosto
    Indici 112,8 113,0 113,1
    - rispetto al corrispondente mese dell’anno precedente +2,7 +2,6 +2,6

    Considerazioni

    I dati ISTAT ci danno un idea della dinamica del potere d'acquisto delle retribuzioni, dal 1995 ad oggi l'indice generale delle retribuzioni minime contrattuali è passato da 100 a 113,9 mentre quello dei prezzi da 100 a 113,1 ma in questo ultimo anno le retribuzioni sono aumentate del 2% mentre i prezzi sono aumentati del 2,6%.

    Se teniamo poi conto che:
    dal 1992, anno del blocco della contingenza, al 1995 l'inflazione elevata ha eroso decisamente il potere d'acquisto delle retribuzioni.
    L'indice dell'aumento dei prezzi calcolato dall'ISTAT non tiene conto delle politiche tariffarie, né sembra rappresentare adeguatamente l'insieme delle spese compiute da una famiglia.
    Il Governatore della Banca d'Italia afferma che l'aumento della pressione fiscale in questi ultimi anni ha eroso le retribuzioni del 5%
    In questi anni sono state introdotte forme di lavoro con retribuzioni sensibilmente più basse (apprendistato, CFL, stage, ecc.)
    La contrattazione integrativa è limitata per estensione e limitatissima nei contenuti salariali.
    Uno studio dell'Unione Europea afferma che il potere d'acquisto delle retribuzione italiane è il più basso fra quelle registrate nei maggiori paesi dell'Unione.
    In sintesi si può dire che la politica dei redditi, voluta dai vari Governi e dai Sindacati non ha prodotto i risultati desiderati. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti sono state gli unici redditi da lavoro di fatto bloccati ed erosi come potere d'acquisto dall'aumento dei prezzi, e non si è avuto in cambio nemmeno un buon risultato sull'occupazione.
    A quelli che ci ricordano che se non ci fosse stata questa politica dei redditi avremmo una situazione economica disastrosa, vogliamo solo ricordare che mai come in questi anni vi è stato un aumento dell'accumulazione di capitale e che lo stesso viene sempre più impiegato in altre parti del mondo.
     

  5. Il diritto ad avere una rappresentanza sindacale ed una tutela contro i licenziamenti
    1. La situazione Mondiale ed Europea
    2. Come già accennato in precedenza, le grandi concentrazioni decisionali e la frantumazione del processo produttivo dal punto di vista della organizzazione sociale, producono una riduzione del peso delle organizzazioni sindacali nella contrattazione delle scelte strategiche come nella difesa dei diritti acquisiti.
      Gli accordi di concertazione nazionale o i patti sociali stabiliti dai sindacati su base nazionale spesso sono veri e propri accordi per cercare di battere la concorrenza internazionale e quindi alimentano divisioni e debolezze sul piano sindacale internazionale.
      Se prendiamo ad esempio le politiche sulla riduzione degli orari di lavoro, un principio accettato da tutti i sindacati, possiamo constatare quanto le varie politiche si divergono. In Europa si è da tempo dato il via alla costruzione dei Consigli Sindacali di Impresa Europei con risultati ancora troppo bassi, al momento considerato il peso delle politiche nazionali servono per fare un po di turismo sindacale.
      Una simile debolezza alimenta il disimpegno e la rassegnazione di molti lavoratori che non esigono più i pochi diritti riconosciuti.
      In realtà la dimensione internazionale delle imprese, il mercato globale di merci e capitali e le nuove forme di organizzazione del lavoro, mostrano che non vi sono diritti adeguati per avere una rappresentanza sindacale capace di esercitare una vera azione di difesa dei lavoratori

    3. La situazione in Italia e nel nostro territorio

Nel nostro paese con la legge 300 i lavoratori hanno il diritto ad avere una rappresentanza sindacale, ma le norme di attuazione di tale diritto non sono leggi ma accordi interconfederali e di categoria che alla prova dei fatti evidenziano che:
Nelle imprese sotto i 15 dipendenti questo diritto non è esigibile
Non vi è parità di diritti, i sindacati confederali si riservano il 33% dei seggi senza metterli in votazione
Le RSU elette contano sempre di meno per via di accordi che centralizzano la contrattazione e norme spesso fumose che danno al comitato dei garanti poteri arbitrari.
Le elezioni di RSU in disaccordo con gli accordi interconfederali vengono spesso annullate, contestate, rese impossibili.
Nel Pinerolese abbiamo assistito ad un vero e proprio attacco al diritto di ogni lavoratore ad esprimere la propria rappresentanza sindacale.
Alla SKF le liste dell'ALP non hanno potuto partecipare alle elezioni con motivazioni pretestuose
Alla Beloit ed alla SACHS le elezioni vinte dall'ALP sono state annullate per motivi politici e vizi di forma
Alla Microtecnica dove era stata eletta una RSU iscritta all'ALP le elezioni sono state annullate.
La base delle motivazioni politiche per cui l'ALP non avrebbe avuto il diritto a partecipare alle elezioni non era il mancato rispetto del regolamento, ma una vera discriminazione politica legata al disaccordo sull'accordo del 23 Luglio 1993, cioè una diversa posizione sulla concertazione.
Nella Scuola le elezioni sono state rinviate per due anni, e oggi si va a votare con i sindacati più piccoli senza il diritto di assemblea prima riconosciuto.

 

Considerazioni

Come abbiamo visto in precedenza la struttura produttiva ed il pensiero unico del mercato, alimentato da in sistema informativo tutto liberista, rendono più deboli le difese costruite dai lavoratori. Lo testimonia l'attacco allo statuto dei lavoratori volto ad eliminare la giusta causa per il licenziamento, portato avanti con un referendum per fortuna sconfitto ma tuttora presente nei programmi della Confindustria e della Casa delle Libertà. La legislazione e gli accordi in vigore non garantiscono più il diritto fondamentale ad avere un sindacato per contrastare lo strapotere del capitale e rendere i lavoratori prima persone e non merci.
Occorre provvedere con una nuova legislazione nazionale ed almeno Europea per dare un effettivo potere di eleggere liberamente e senza discriminazioni le proprie rappresentanze sindacali ai lavoratori. Una legislazione che conferisca inoltre tutele per le rappresentanze sindacali e per i lavoratori al fine di evitare ogni discriminazione.

  1. Il diritti sociali e i lavoratori immigrati
  2. Le modifiche allo stato sociale

    Le grandi trasformazioni avvenute sotto il nome del mercato, stanno demolendo tutto quello che con grandi sacrifici è stato costruito e denominato stato sociale.
    I sistemi di previdenza sociale statali, nati da spinte solidali, vengono smantellati per dar luogo ad assicurazioni private, la sanità e la scuola pubblica che cercavano di garantire uguali prestazioni in tutte le parti del paese passeranno ad essere amministrata dalle regioni secondo un principio di sussidiarietà poco chiaro che ha pochissime difese dall'assalto degli interessi privati e dei ricchi.
    La logica delle privatizzazioni viene applicata in modo ideologico, a tutti i servizi sociali gestiti dal pubblico. A noi appare evidente ormai che non si tratta di ottenere con le privatizzazioni servizi sociali più efficienti, ma sostituire nella gestione dei servizi gli interessi collettivi con quelli privati.
    Esempi di questo attacco a diritti sociali riconosciuti e validi per tutti i cittadini si possono trovare se si analizza bene la riforma delle pensioni e la previdenza integrativa. Le linee di riforma adottate hanno puntato su una previdenza statale minima e su una parte privatizzata sempre più forte, per cui non ci resta che guardare a come sono investiti i soldi dei fondi istituzionali (fondi pensioni + fondi comuni) e da chi sono diretti.
    "Nella nuova configurazione del capitalismo, lo stesso risparmio del salario diviene lo strumento di quella speculazione che, per il tramite delle politiche aziendali e di governo pretese dagli investitori istituzionali, dove quel risparmio affluisce e viene gestito, destabilizza ed aggrava le condizioni di vita delle comunità e dei lavoratori" da "Il capitalismo dei fondi pensione" di Riccardo Bellofiore.
    A livello locale abbiamo degli esempi piccoli ma comunque significativi, dei guasti di una politica che tende a privatizzare tutto. La privatizzazione dei servizi cimiteriali è risultata un disastro e la sua soluzione con l'affidamento a delle cooperative sociali un altro passo indietro. Che dire poi della privatizzazione dell'ACEA imposta per legge, l'attuale presidente dell'ACEA dichiara di non conoscere quali vantaggi potrebbero derivare agli utenti da tale trasformazione.

    I diritti dei lavoratori immigrati

    L'immigrazione di lavoratori è un fenomeno che tende ad aumentare ed è continuamente spinta dall'interesse del capitale di avere una forza lavoro docile in grado di produrre maggiori profitti.
    Molti lavoratori immigrati trovano lavoro sia perché rinunciano a dei diritti acquisiti e sia perché certi lavori non sono più appetibili ai lavoratori Italiani.
    Essi devono vivere in case decadenti con affitti altissimi, spesso a causa della loro clandestinità hanno un lavoro ma nessun diritto.

    Considerazioni

    Il mercato globale riduce fortemente il peso dello stato e favorisce uno sviluppo territoriale a macchia di leopardo di zone in forte competizione tra di loro. Gli egoismi locali vengono alimentati da questo tipo di sviluppo. Le giuste richieste di conferire maggiori competenze alle Regioni possono però produrre nuove diseguaglianze, con conseguente perdita di diritti, in particolar modo per le regioni meno forti. Pensiamo al diritto alla formazione: cosa avverrà se le regioni più forti del paese decidono di favorire la scuola privata e ridurre la solidarietà verso le regioni più povere? E per il diritto alla salute? Saranno gli Italiani curati allo stesso modo se si favoriranno cliniche per ricchi, assicurazioni private, e se i soldi delle tasse non verranno distribuiti con sistemi veramente perequativi?
    La riduzione dello stato sociale e la sua sostituzione con l'ingresso dei privati, a che punto si fermerà? Se guardiamo al mondo della previdenza sociale non si può fare a meno di pensare all'uso dei fondi pensione sui mercati finanziari. Per assicurare una rendita più alta non fanno che contribuire ad aumentare lo sfruttamento (quello che ti offrono da un lato te lo pigliano dall'altro e nel contempo si fanno pure pagare il servizio).
    Nel nostro territorio la percentuale di lavoratori immigrati ed extracomunitari non è ancora alta, ma già si sentono i problemi che potranno arrivare se non si riuscirà in tempo a dare a tutti coloro che lavorano uguali diritti e una vita dignitosa. Una cosa appare chiara i controlli dell'ispettorato del lavoro sono del tutto insufficienti per scoraggiare l'uso del lavoro nero specie per questa fascia di lavoratori.
     

  3. Conclusioni

Quest'ultimo decennio, segnato dalla scomparsa del blocco socialista e dal preponderante dominio del capitale finanziario, è senza dubbio un periodo che fornisce indicazioni abbastanza chiare sul tipo di sviluppo che abbiamo di fronte.
In questi anni vi è stato un incremento delle diseguaglianze nello sviluppo economico a tutti i livelli, tra i paesi avanzati e quelli in via di sviluppo e, all'interno di questi, tra le loro regioni e le loro zone. Un modello di sviluppo contraddistinto da un incremento delle diseguaglianze sociali sia nei paesi in forte sviluppo che in tutti gli altri.
La crescita economica viene tutta utilizzata a vantaggio dei profitti e della rendita. Tale situazione stimola ancora di più la parte più abbiente a glorificare la bontà del mercato ed a avviare sul piano politico una corsa all'omologazione attorno ai valori del mercato.
In questo lavoro abbiamo preso in considerazione solo alcuni dei diritti legati al lavoro, ma i problemi che si aprono con un uso della scienza così legata agli interessi economici sono grandissimi. Le manipolazioni genetiche mettono in discussione le basi stesse dello sviluppo della natura e della vita umana e il loro controllo è affidato ad un sistema di relazioni politiche e sociali frantumate e troppo condizionabili dai grandi centri di potere economico.
La sensazione che si avverte facendo ricerca e discutendo con la gente é che il futuro delle giovani generazioni sia più difficile. Questa sensazione è all'opposto di quanto hanno sentito le generazioni del dopoguerra e ci da un segno di quanto noi dobbiamo cambiare il nostro modo di comportarci se vogliamo ridare a tutti e soprattutto ai giovani una speranza in un futuro migliore.
Ma occorre capire nei confronti di chi dobbiamo far sentire le ragioni dei più deboli e degli esclusi, visto che la dimensione internazionale assunta dal mercato globale ha messo e mette fuori gioco lo stato nazionale.
Considerato che le grandi decisioni per il controllo del mercato (quanto mai necessarie per evitare crisi molto più forti di quella del 1929) vengono prese da organismi di direzione ademocratici, quali il F.M.I., la Banca Mondiale, il WTO, con il coordimento degli 8 paesi più industrializzati, tali organismi sono diventati per tutto il mondo del lavoro la controparte naturale.
Considerato poi che queste istituzioni sono il frutto dell'attuale modello capitalistico, una loro conversione o una loro democratizzazione non è pensabile se non con radicali modifiche al meccanismo di sviluppo capitalistico.
Il percorso per raggiungere la possibilità di poter discutere e cambiare le decisioni prese da questi organismi internazionali è quanto mai complesso, ma la consapevolezza che questi rappresentano le classi dominanti ci può aiutare nel definire un percorso di lotte e contestazioni calibrate ai vari livelli, per ottenere in questa fase miglioramenti economici e diritti indispensabili per una profonda trasformazione economica e sociale.
Riteniamo perciò necessario lavorare per:

Si tratta di introdurre impegni chiari per la risoluzione delle diseguaglianze, bisogna rendere prioritarie politiche per il pieno impiego affermando il diritto ad avere un lavoro, al posto della libertà di cercarsi un lavoro, aggiungendo al diritto alla proprietà il dovere della proprietà verso la società. Per questo prepareremo una manifestazione a Nizza, in occasione della riunione intergovernativa dei paesi della U.E. per presentare la carta dei diritti.

  • Istituire un salario sociale per i lavoratori disoccupati

Introduzione di una "retribuzione sociale" per i disoccupati e i precari di lunga durata, per gli studenti maggiorenni che terminano gli studi e per chi ha residenza nel nostro paese da più di diciotto mesi. La retribuzione, pagata dallo Stato, è composta da 1 milione di lire mensili per dodici mensilità, esenti da tasse, alla quale si aggiunge un pacchetto di servizi gratuiti (formazione, trasporti, sanità, accesso a manifestazioni culturali, ecc.), offerti agli stessi soggetti dagli Enti locali. Il periodo massimo di erogazione è di 36 mesi. Le aziende che assumono chi usufruisce della "retribuzione sociale" hanno diritto ad un contributo mensile pari al 50% della retribuzione sociale corrisposta al lavoratore fino alla data dell'assunzione.

  • Ridurre e tutelare i lavori atipici - riducendo le possibilità di utilizzo dei lavoratori interinali alle alte qualifiche professionali, riducendo la possibilità di assumere apprendisti nella grande industria, inserendo diritti specifici. Per i redditi da lavoro dipendente, "atipico" (ad esempio i collaboratori coordinati e continuativi), o da pensione fino a 40 milioni: detrazione Irpef di 1 milione annuo. Per i redditi immediatamente superiori ai 40 milioni va comunque garantito il beneficio fiscale derivante dalla ulteriore detrazione sopra proposta.
  • Introdurre politiche di riduzione e controllo degli orari di lavoro
  • Rivedere tutti i contratti nazionali di lavoro con aumenti dei minimi superiori alle centomila lire mensili
  • Approvare in tempi brevi la legge sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale.
  • Impedire ulteriori tagli alle pensioni e aumentare significativamente tutte le pensioni minime, mantenere stessi diritti reali per la salute e la scuola in tutto il territorio nazionale.

 

 

  1. Testimonianze sulla condizione del disoccupato e del lavoratore atipico

(da una ricerca della CGIL Lombarda)

1 - Donna sposata con figli disoccupata: "Il posto di lavoro ce l’avevo,

ma l’ho dovuto abbandonare perché ho subìto delle molestie ".

"Il mio ultimo lavoro in regola risale a nove anni fa quando dalla Sicilia mi sono trasferita a Brescia. Quando sono arrivata qui ho però incontrato dei problemi nel trovare lavoro. Essendo sposata da poco, venivo considerata come prossima alla maternità o comunque a rischio di maternità e questo ha rappresentato per me una seria difficoltà. Mi proposi come segretaria e venni assunta da una azienda il cui titolare, però, voleva abusare di me. Io ho messo subito i puntini sulla i, ma nonostante questo mi sono trovata ancora addosso le sue mani. A quel punto mi sono molto chiusa e me ne sono andata. Mi sono sentita molto demoralizzata e non ho proceduto alla denuncia anche perché non sapevo come mio marito avrebbe reagito.

E’ vero che sono diplomata (ho conseguito la maturità classica) ma non ho una qualifica ben precisa e poiché ho bisogno di lavorare mi sono proposta ad una azienda che cercava operaie per fare le calze. Dopo però che i dirigenti di questa azienda hanno visto che ero diplomata mi hanno chiesto se ero disponibile a svolgere un lavoro d’ufficio. Io non esitai a rispondere positivamente, ma proprio quella mia disponibilità a lavorare in ufficio ha comportato la non assunzione. Mi è stato poi detto che era appunto una domanda trabocchetto a causa di un supposto vincolo giuridico secondo il quale, se io fossi stata assunta come operaia loro non avrebbero potuto assumerne un’altra come impiegata perché a quel posto avrei dovuto andarci io essendo diplomata.
A quel punto ho rinunciato a cercare lavoro e ho messo al mondo due bambini. Ora però ho bisogno di lavorare e ho approfittato di questo corso per riprendere a ricercare un’occupazione. Cerco di qualificarmi con la speranza di avere qualche possibilità in più di ottenere un posto
".

2 - Studentessa lavoratrice precaria: "Sono stata minacciata di licenziamento

perché non ho chiesto il permesso per fare pipì ".*

"La mia scelta è un po’ particolare dal momento che voglio fare un lavoro temporaneo. Ho 33 anni e avendo interrotto gli studi universitari (ho frequentato medicina), ora intendo riprendere lo studio anche perché vedo che per un medico qualche possibilità di occupazione, anche se non un posto fisso, comunque esiste. Ho però necessità di guadagnare i soldi necessari per continuare gli studi e questo mi costringe a trovare un lavoro.
A parte la mia vicenda personale, voglio far notare come dagli annunci che appaiono sui giornali emerga quale condizione per essere assunti il non superamento di una certa età, cioè tendenzialmente uno non deve superare i trent’anni. Io credo che questo accada a causa della forte evoluzione che ha avuto il mercato del lavoro. Oggi uno non entra più in un’azienda per restarci fino alla pensione, c’è invece una grande mobilità. Ma proprio perché c’è questo grande movimento io non capisco perché ci sia ancora questa ostinazione di mettere dei limiti all’età. Eppure le aziende dovrebbero avere interesse ad assumere anche gente anziana visto che lo Stato ha concesso sgravi fiscali per chi lo fa.
Di fronte al fatto che si consideri non più efficiente assumere persone di una certa età mi sono sentita frustrata, perché questo si traduce in un ostacolo a un mio futuro collocamento. Perché non si deve dare la possibilità a chi ha più di trent’anni di poter trovare con facilità un’occupazione? Lo Stato dovrebbe intervenire per garantire il diritto al lavoro anche alla gente adulta. Una persona di 40 anni che ha perso il lavoro e che non ha una qualifica oggi si sente abbandonata a se stessa. Questa è la cosa più brutta che io ho visto nel momento in cui mi sono affacciata sul mercato del lavoro.
Un altro aspetto negativo che ho riscontrato è che io, intendendo lavorare solo il fine settimana e nelle ore serali, entro necessariamente in quella fetta di mercato del lavoro che non ha garantito i diritti di legge.
Io faccio la promotrice ai supermercati e ho un rapporto di collaborazione occasionale. Mi trattengono il 20% di Irpef, ma nulla a riguardo della previdenza sociale. Lavoriamo sulla parola, cioè senza garanzia alcuna di continuità, e veniamo pagati a 60-90 giorni. Siamo in sostanza la categoria di lavoratori più esposta ai ricatti e alle angherie. Sabato scorso ho dovuto chiedere il permesso a un direttore che avrà avuto vent’anni per andare a fare i miei bisogni alla toilette.
Una volta che mi è capitato di andare al bagno senza chiedere il permesso, mi sono trovata dietro la porta questo giovane direttore fuori dalla grazia perché non l’avevo avvisato e mi ha minacciata di licenziamento nel caso il fatto si fosse ripetuto. Siamo tornati indietro nel tempo. Se non fosse che ho necessità delle 80 mila lire che mi prendo, manderei volentieri al diavolo questo giovincello presuntuoso e tutto il sistema che egli rappresenta, dal momento che in questa situazione mi hanno fatta sentire come un animale.
Per queste categorie di lavoratori che sono destinate ad aumentare ci vuole dunque una tutela. Ho lavorato con donne di 40 e più anni che hanno perso il lavoro che avevano in fabbrica e che non hanno trovato altra soluzione che adattarsi a queste prestazioni. Esistono poi cooperative ed agenzie che addirittura fanno false assunzioni e la gente sta zitta perché ha paura di perdere anche quel posto precario e mal pagato che a fatica è riuscita a rimediare
".

 

3 - Giovane disoccupato con precedenti esperienze di lavoro precario: "I giovani non conoscono i loro diritti ".

"C’è una mancanza di informazioni a livello generale a riguardo dei diritti dei lavoratori e i giovani non hanno ben chiaro che esistono i sindacati e altre strutture che possono aiutare a far valere i propri diritti. Non c’è l’abitudine a ragionare in questi termini. Quando lavoravo in un negozio, con me c’erano altri giovani e ad un tratto è sorto il problema a riguardo del come atteggiarci nei confronti del capo e quindi come rapportarci all’autorità per denunciare la nostra condizione di lavoro. L’ambiente era un po’ come quello della McDonald, per statuto dovevamo essere felici e sorridere al cliente.
Si faceva di tutto per creare un ambiente cameratesco e simpatico, ma chiaramente i conflitti non mancavano. Noi però non sapevamo esattamente dove finiva il nostro dovere e dove cominciava il nostro diritto.
A questo riguardo la scuola non mi ha insegnato niente; dalla famiglia ho appreso qualcosa, ma allora erano problemi cui davo poca importanza. Quando poi ti ci trovi tu stesso di fronte a certi problemi hai bisogno di avere il supporto di qualcuno.
La stragrande maggioranza dei giovani, comunque, sul fronte dei diritti e dei doveri è letteralmente spiazzata.
Le informazioni le ha di sicuro il lavoratore che sta in fabbrica dove il sindacato è organizzato, ma chi è disperso nel mondo del precariato e chi è disoccupato difficilmente ha la possibilità di essere informato.
Forse c’è anche una responsabilità dei giovani che non si interessano dei loro stessi diritti, però devo dire che io stesso non saprei dove e a chi rivolgermi nel caso avessi un problema. Dove stanno di casa i sindacati lo so bene, ma per una figura anomala come la mia non c’è un sindacato preciso che la tuteli. Io ho l’idea che il sindacato tuteli gli operai e non uno come me.
Sarebbe importante garantire un’informazione sui diritti e sui doveri del lavoro e dunque una preparazione dei giovani in tal senso a livello delle scuole
".

4 - Operaia in mobilità: "Il pesare sugli altri è mortificante e poi

nessuno comprende la solitudine che si prova ad essere espulsi

dalla fabbrica ".

"Ho 48 anni e ho lavorato 30 anni in fabbrica dopo aver imparato da ragazza il mestiere in una sartoria. La fabbrica di confezioni in cui ero occupata ha chiuso definitivamente e così prima sono andata in cassa integrazione e poi sono finita nelle liste di mobilità. Ho fatto la delegata per parecchi anni e ora sono nella condizione di prende atto che qualcuno ha deciso per me. Se per anni mi sono augurata di poter smettere di lavorare in fabbrica, ora mi ritrovo cacciata fuori d’autorità. Anche se in fabbrica il lavoro era pesante, quell’ambiente era comunque un mondo che mi ero costruita, significava una parte della mia vita, mi garantiva le relazioni con le lavoratrici.
Ora mi trovo nelle condizioni di dover cercare di nuovo il lavoro perché non raggiungo il diritto alla pensione neanche con gli anni di mobilità.
Con me, nelle liste, ci sono altre 21 lavoratrici di quella fabbrica. Visto che altri hanno deciso di toglierci la fabbrica, ci siamo riunite e dopo aver fatto due conti abbiamo convenuto che a questo punto dobbiamo prenderci del tempo per noi stesse. Io ho deciso di studiare, altre hanno deciso di stare a casa e riposarsi dopo anni di lavoro. L’impegno di tutte è però quello di ritornare presto nel mondo del lavoro. Altre lavoratrici della mia azienda sono andate a lavorare nei laboratori artigiani. Forse questa è una soluzione che avremmo potuto trovare anche noi, ma poiché essa non dà sicurezza, perché non sai quante ore devi fare e non sai se a fine mese prenderai lo stipendio, dopo aver fatto due conti ci siamo convinte che una simile prospettiva la potremo accettare eventualmente più avanti nel tempo, qualora non matureranno alternative.
Io ho due anni di mobilità, qualche mia compagna può invece arrivare all’età della pensione se non cambiano le leggi. La maggior parte di noi però è ancora lontana dalla pensione.
Uscire da una fabbrica ed entrare in un’altra, ammesso che ci sia la possibilità, è comunque sempre traumatico perché lasci delle amicizie, smetti di fare un lavoro che hai svolto per anni, sei chiamata a ricostruire un pezzo della tua vita. E ricostruire a 40 anni non è semplicissimo.
Io sono consapevole che il lavoro sta cambiando e che oggi occorre essere flessibili, come ormai dicono tutti i padroni, e che la vita lavorativa sarà sempre più il frutto di tante e varie esperienze. Io ne ho discusso anche prima di questi cambiamenti in atto con le mie compagne, però il misurare questi cambiamenti sulla propria pelle non è facile. Forse anche perché ho alle spalle trent’anni di fabbrica, la cosa mi torna molto violenta, perché non significa solo perdere il posto di lavoro, ma tutta una serie di relazioni che hai avuto e dunque ti senti rimessa in discussione la stessa maniera in cui hai costruito la tua vita. Essendo donna, ho costruito la mia vita avendo come riferimento la famiglia da una lato e la fabbrica dall’altro. Oggi mi sento messa in discussione su uno di questi due fronti principali della mia esistenza. E anche il rapporto con la mia famiglia è stato rimesso di conseguenza in discussione, perché era strutturato sul fatto che io ero una donna lavoratrice. Io oggi mi ritrovo in casa sola, dal momento che mio marito e mio figlio lavorano. Loro stessi erano abituati a non trovare nessuno in casa durante la giornata e, a loro volta, si sono costruiti i loro rapporti di amicizia tenendo conto della mia posizione lavorativa. E allora succede che nessuno riesce a comprendere la solitudine che io oggi provo quando sono in casa sola. Le mie stesse amicizie, il mio tempo libero, tutto era programmato sul dopo lavoro.
A me il rapporto con gli altri piace moltissimo e oggi mi mancano molto le relazioni che ho costruito nel tempo. Ho rimediato qualcosa iscrivendomi e frequentando la scuola, ma in questi mesi che la scuola è finita mi sento di nuovo sola.
La perdita del posto di lavoro ha in sostanza creato una vera e propria rivoluzione non solo nei miei rapporti sociali e interpersonali, ma anche in quelli dei miei familiari. Dunque, oltre a non godere più di un salario, cosa non marginale per una famiglia di operai, ho dovuto sopportare uno stravolgimento della mia esistenza. Quando si è in mobilità, se va bene, la parte di salario che ti viene corrisposta la ricevi dopo un anno e questo significa che non hai più quella autonomia nelle spese che avevi quando lavoravi. Se passi quasi un anno senza prendere una lira significa che anche la tua libertà è stata limitata. Se ieri ti potevi prendere un vestito in più, oggi sei costretta ad arrangiare adattandoli quelli vecchi che hai nell’armadio. Ti viene persino un senso di colpa nello spendere i soldi, nel prendere le sigarette, dal momento che non hai più un tuo salario. Ti senti pesare sugli altri e la cosa è molto mortificante.
C’è poi chi insiste nel dirti che essendo a casa dal lavoro dovresti essere contenta e sentirti finalmente libera, ma questi non riescono a capire che non è questa la libertà dal lavoro che tu chiedevi.
Il dramma nostro è quello di non aver potuto scegliere, ci è invece stata imposta la rottura con il lavoro. Se uno sceglie lo fa consapevolmente e ha la possibilità di costruirsi le alternative, mentre noi ci siamo trovate di fronte al licenziamento dall’oggi al domani.
La nostra perdita del posto di lavoro è dovuta al fatto che le imprese tendono a guadagnare sempre di più, perciò pretendono la flessibilità, rendono il lavoro precario e quindi riducono la manodopera.
Non credo ci siano responsabilità del sindacato o delle istituzioni a riguardo del mio licenziamento. Credo che sia la globalizzazione dell’economia che ha portato a questa rivoluzione nel mondo del lavoro.
Se è vero che questo processo lo percepisci in termini di riflessione e di confronto politico-sindacale, è però solo nel momento in cui ti capitano personalmente addosso i suoi effetti, quando cioè lo senti sulla tua pelle, che ne misuri la sua portata sconvolgente. Questa è la libertà che i padroni vogliono quando parlano di flessibilità. Qualcuno ti vende come grande conquista quella che impone ai lavoratori di fare più esperienze lavorative nel corso di una vita, io sostengo che ad alcune persone può bastare di entrare in una fabbrica e starci per tutta la vita.
L’auspicio che pure ci si faceva nel ‘68 di avere più esperienze lavorative per avere più libertà individuali è altra cosa di quello che oggi viene preteso dai padroni. Ora è il mercato che ti costringe ad avere più rapporti di lavoro e allo scopo di garantire più libertà all’impresa. Non si tratta certo di scelte personali, sono invece scelte imposte.
Non è vero che nei giovani sia cambiata la cultura del lavoro, anche loro si preoccupano di avere un lavoro garantito e se intraprendono attività autonome è per loro deliberata scelta.
Io faccio parte del direttivo della Filtea e quando vengo alle riunioni mi domando cosa vado mai a portare in termini di contributo a questo organismo ora che non sono più nella produzione. Mi sembra quasi di andare a insegnare ad altri cose che ormai non sono più mie.
E’ da poco che io sono in mobilità, ma non so se a Brescia sono stati organizzati i lavori socialmente utili. Non conosco affatto lavoratori in mobilità che siano stati impiegati in tali attività. Certo, la storia ci insegna che i lavori socialmente utili hanno risolto la crisi del ‘29 oppure la crisi industriale inglese. Sicuramente è una cosa valida, però bisogna guardarci dentro bene perché possono diventare una speculazione.
Io ho lavorato per trent’anni in un’azienda che ha cambiato più volte ragione sociale. Dodici anni fa, a seguito del fallimento, c’è stato il cambio di proprietà, e ha continuato a produrre gli stessi prodotti. Due anni fa però ha cercato di tentare una strada nuova e ha proceduto a degli scorpori societari. Noi ci siamo resi conto che stavano facendo dei grossi imbrogli giuridici al fine di poter procedere al licenziamento e alla riassunzione delle stesse lavoratrici. Operazioni da commercialisti, tese a sfruttare tutte le agevolazioni statali e compiute sul filo della legalità. Sono ricorsi ai contributi Cee per nuovi inserimenti lavorativi e per corsi professionali, hanno messo in mobilità parte dei lavoratori, il tutto, dicevano, per salvare l’azienda che alla fine è fallita.
Le lavoratrici più giovani hanno trovato una sistemazione nei laboratori di confezioni che c’erano nei dintorni, noi più anziane invece siamo in mobilità.
Prima, quando si lavorava alla vecchia maniera, l’azienda ti dava una certa garanzia di stabilità lavorativa e anche se dovevi lottare, avevi comunque garantiti certi diritti, oggi non è più così. Nella nuova impresa, ma anche nelle stesse cooperative, il lavoratore deve accontentarsi di quello che gli danno, io lo constato con le mie amiche alle quali non è certo garantita maggiore libertà di quella che avevano un tempo. Un tempo trattavi e facevi il compromesso, oggi non è più così
".

5 - Operaia sospesa: "Non ho più nemmeno cura della mia persona ".

"Sono dipendente di una azienda tessile e sono sospesa per sei mesi in base alla legge n. 300. La mia ditta non è mai stata interessata dalla mobilità e oggi non riesco ancora a rendermi conto di quanto sia successo. Il fatto di arrivare a 43 anni, perdere il posto di lavoro e non riuscire più a ricollocarmi al di fuori dell’ambiente in cui ho lavorato per trent’anni, significa per me un vero e proprio trauma.
Se ti alzi al mattino e sai che devi andare al lavoro e che dunque incontrerai altre persone, ti vesti, ti lavi, cioè hai cura delle tua stessa persona, mentre se sei a casa non ti curi più di tanto. A me capita anche di non lavarmi, di infilarmi il grembiule e rimanere in quello stato per l’intera giornata. Voglio dire che anche il tuo stato personale muta a seconda che tu abbia o meno un’occupazione lavorativa e se non vai più in fabbrica viene meno anche l’interesse per la cura di te stessa.
L’indipendenza sta nel fatto che tu spendi i soldi che sono tuoi, non li devi chiedere ad altri e non devi rendere alcun conto a chi ti sta vicino
".

6 - Operaia in mobilità: "Sono cambiati i rapporti con mio marito ".

"Ho 34 anni e ho lavorato per 17 in una camiceria che ha chiuso e ora sono a casa in mobilità. Da quando ho perso il lavoro la mia vita è cambiata e anche i rapporti con mio marito sono modificati nel senso che mi sento più dipendente. Devo limitarmi nelle spese personali ".

7 - Studente in cerca di occupazione con precedenti esperienze lavorative: "Nella scelta di una prospettiva di lavoro non c’è nessuno che mi aiuta ".

"Sono già stato occupato ma non coerentemente con il percorso di studi che ho fatto. Ho studiato lingue e pensavo di poter contare sull’insegnamento o su qualche altro lavoro del genere. Ho avuto un’esperienza di un anno, tramite concorso, come assistente di lingue all’estero mentre, prima ancora, ho svolto attività di volontariato e ho fatto altre esperienze.
Tornato in Italia mi sono trovato in una situazione in cui il problema personale ha travalicato il problema lavorativo e allora ho cercato di tenere assieme le due cose, cioè di conciliare le esigenze economiche con le aspirazioni personali e professionali. Per due anni ho avuto un’esperienza di commesso part-time in un negozio, poi ho lavorato in una ditta come impiegato che conosceva le lingue.
La cosa più importante per me è terminare gli studi dal momento che in un’azienda non mi ci trovo a mio agio. Il problema è quello di trovare qualcosa di diverso, anche se non è nel settore pubblico. Il lavoro fisso mi interessa, ovviamente, ma deve essere un lavoro che mi piace, di certo non farei per tutta la vita l’impiegato in un’azienda. Questa soluzione la metto semmai in secondo piano.
Il problema più grosso che ho dovuto affrontare è stato quello di decidere quale era il mio vero obiettivo. Nel compiere questa scelta ho chiesto pareri e consigli un po’ a tutti i miei conoscenti, ma soprattutto ho avuto modo di fare un corso di formazione per quanto riguarda il "terzo settore", in specifico relativamente al mondo della cooperazione, e ho accertato che per il tipo di persone che vi operano, quello è l’ambiente in cui mi piacerebbe collocarmi.
Per quanto riguarda l’avviamento al lavoro questa è la prima esperienza mirata che faccio. Questo corso mi offre anzitutto un aggiornamento e mi consente di avere contatti anche con qualche agenzia di assunzione; oltre a questo mi ha aiutato a chiarirmi ulteriormente le idee. Mi sto accorgendo che strada facendo arricchisco le mie conoscenze.
Ho avuto modo di conoscere giovani che si sono inseriti nel mondo del teatro e della musica e ho constatato che in questo mondo tutto il lavoro è atipico, di figure stabili non ce ne sono. Registi, attori, drammaturghi sono tutti costretti a trovarsi una continuità di rapporti attraverso una molteplicità di collaborazioni. Si tratta di lavoratori autonomi che collaborano con varie realtà.
Il problema delle garanzie previdenziali è molto importante e per quanto mi riguarda, anche quando ho lavorato part-time, ho sempre cercato di avere rapporti di lavoro regolarizzati legalmente. Quando però non hai una posizione regolare e continuativa diventa più difficile conseguire queste garanzie.
Spesso succede che per poter lavorare devi sottostare alle condizioni che ti dettano coloro che te ne offrono la possibilità e allora il problema della pensione e delle garanzie sociali lo devi sacrificare sull’altare del tornaconto immediato.
Rispetto alla scelta di ciò che devo fare e alla prospettiva lavorativa mi sento piuttosto solo. Sento distante la società, i partiti, lo stesso sindacato dai miei problemi, forse questo dipende dal fatto che io non sono partecipe della loro vita, sta di fatto che li vedo presenti, ma disinteressati alle problematiche che hanno i giovani come me
".

8 - Operaia in mobilità: "Ho ricercato un lavoro, ma mi hanno assunta per un giorno solo ".

"Ho lavorato per 26 anni in una camiceria e per 6 o 7 anni ho fatto la delegata sindacale. Ora mi ritrovo a casa senza prospettive. Qualche tempo fa, dopo aver fatto domanda di lavoro, sono stata assunta da una ditta per un solo giorno. E anche questa vicenda mi ha procurato tanta delusione perché mi ha fatto sentire in condizione di non essere più capace di fare niente.
Una che ha incominciato a lavorare fin da ragazzina lo ha fatto anche per un tipo di ideale, anzitutto per aiutare la famiglia, ma anche perché quando si è inseriti nel mondo del lavoro ci si sente più liberi, più indipendenti, oltre che essere più autonomi economicamente. Una che lavora si sente più ripagata e più contenta.
Nella fabbrica che hanno chiuso sono cresciuta e ho fatto le mie esperienze, ho imparato il lavoro e l‘ho insegnato ad altre lavoratrici.
Io sarei disposta a ricominciare anche un altro lavoro, però non senza difficoltà perché a 42 anni è dura e non ho più quello spirito che avevo a 15 anni. Comunque ce la metterei tutta. Al giorno d’oggi occorre studiare e per me significherebbe fare una rivoluzione, anche psicologica. Sarei pronta a fare, nonostante tutto, però mi costerebbe molto. Comunque un’esperienza del genere l’ho fatta di recente e mi ha solo mortificato. Essendo in mobilità mi sono data da fare per trovarmi un lavoro e ho fatto diverse domande. Una delle aziende alle quali mi sono rivolta mi ha chiamata e mi ha fatto fare la prova per un giorno. Non si trattava di una camiceria, ma di un’azienda di confezioni , perciò di un lavoro diverso da quello che ho svolto io.
Mi hanno chiesto di fare una prova per una giornata e, nonostante sapessero che io dovevo imparare da capo, pretendevano che io facessi una produzione che sa fare solo un’operaia provetta. In un solo giorno una non può specializzarsi nel fare un lavoro che non ha mai fatto. E’ successo così che non mi hanno assunta.
Non è che nella mia fabbrica fossero solo rose e fiori, ma almeno certe umiliazioni non le ho mai subite. Se la mia vecchia fabbrica dovesse riaprire, sinceramente non so se ci ritornerei ancora a lavorare.
L’aspetto che per me è più preoccupante, non è tanto il fatto di dover imparare di nuovo, ma il sentirsi messi sotto stress dalle prove che ti fanno e dalla non sicurezza di avere poi una continuità di lavoro nel tempo
".

9 - Studentessa con contratto di collaborazione coordinata e continuativa: "La generalità dei collaboratori che conosco sono in condizioni di non sicurezza ".

"Ho 26 anni sono diplomata in ragioneria e ho fatto 20 esami su 26 in scienze politiche.

Ho iniziato a svolgere lavori atipici nel ‘94, dapprima con qualche settimana di assunzione nel settore turistico nei mesi stagionali, poi per tre anni ho svolto delle collaborazioni coordinate continuative a part time e nei periodi rimanenti ho svolto del lavoro nero. Dall’anno scorso, quando per una serie di motivazioni personali ho deciso di vivere indipendente dalla famiglia, ho cercato qualcosa di più fisso. Dall’inizio di novembre lavoro presso un Centro Lavoro e ho un contratto di collaborazione coordinata e continuativa che è scaduto l’altro giorno ma che mi è stato rinnovato fino alla fine dell’anno. Lavoro per trenta ore settimanali e curo sia la segreteria che l’amministrazione e i rapporti con i soci. Devo dire che mi trovo bene e questa situazione mi consente di affrontare i sei esami che ancora mi mancano.
Io sono nella possibilità di gestirmi gli orari come meglio mi fa comodo per poi studiare, e questo è un indiscutibile vantaggio, però se dovessi pensare in prospettiva devo dire che il ruolo di collaboratrice non mi va bene. Ora sono giovane e sto bene e non penso di avere figli, però fra qualche anno questo problema mi si porrà e allora o cambiano i tipi di contratti ed allargano le tutele oppure mi sentirei molto a disagio.
Si parla di flessibilità, ma io proprio non riesco a capire come possa considerarsi flessibile uno che ha una collaborazione di otto ore al giorno; puoi giostrare sulla mezz’ora ma di fatto sei nelle stesse condizioni del lavoratore dipendente.
La collaborazione mi andava bene negli anni scorsi quando ero in famiglia e la prima cosa era studiare, dopo di che lavoravo per quattro mesi e per il resto mi concentravo sugli studi. Quando invece non c’è più la famiglia come ammortizzatore e quando vengono meno gli studi come attività principale, il lavorare nei modi atipici moderni diventa un problema. Non è vero che sono i giovani a scegliere queste forme di lavoro, quasi sempre si tratta di scelte obbligate. Mi capita spesso di ragionare con altri che sono nelle mie condizioni sui rischi che abbiamo nel momento in cui ci dovesse capitare qualche malattia o disgrazia. Se ti capita di prendere l’influenza o di ammalarti per un mese non c’è nessuno che ti paga.
Fare il collaboratore va bene a chi ha un’alta specializzazione e di conseguenza gode di un’ottima paga, cioè a chi è in grado di competere sul mercato perché può mettere in campo una professionalità acquisita. Non deve avere problemi nel trovare committenti, perché ne ha diversi a cui rivolgersi, poi deve sapersi far ben pagare. Chi è in queste condizioni può fare il collaboratore per tutta la vita. Al di là di queste figure la generalità dei collaboratori che io conosco sono in una condizione di non sicurezza.
Da una regolamentazione legislativa dei lavori atipici io mi aspetto anzitutto una garanzia sui diritti previdenziali. Noi versiamo il 12% ma a tutt’oggi non ho ancora capito come funziona la cosa e soprattutto cosa ci spetterà quando saremo anziani in termini di livello pensionistico. Non mi sento proprio garantita.
Il sindacato dovrebbe pretendere chiarezza su questa vicenda a vantaggio di una categoria di lavoratori che non sono per nulla garantiti.
Il part time potrebbe essere una soluzione per molte lavoratrici, ma in Italia questa forma di contratto non è affatto sviluppata. So che esiste anche una forma di part time che si chiama job sharing, cioè l’accoppiamento di due part time, ma non mi risulta che sia mai stata sperimentata da noi, anche perché credo non sia semplice stabilire un buon feeling con il partner.
Quando hanno aperto lo sportello Nidil io mi sono tesserata immediatamente. Prima non trovavo il modo di tesserarmi perché non esisteva una categoria corrispondente alla mia posizione lavorativa
".

10 - Studentessa operatrice promozionale: "A me fa comodo non avere un contratto e non essere così obbligata ad andare al lavoro tutti i giorni ".

"Ho lavorato con un’agenzia interinale nel settembre dell’anno scorso con un contratto di un mese. Mi considero fortunata perché proprio il giorno stesso in cui mi sono recata all’agenzia per iscrivermi ho trovato questa sistemazione. Io cercavo un lavoro per un mese e tale mi è stato proposto, quindi si è verificata una coincidenza vantaggiosa sia per me che per l’agenzia. Dopo il colloquio di selezione presso l’azienda interessata ho iniziato la mia prestazione. Non ho mai avuto problemi, neanche quando ho chiesto un giorno di permesso.

Io ho conseguito la maturità scientifica e presso quell’azienda ho fatto la centralinista. Ho fatto 15 giorni di addestramento e poi ho lavorato da sola.
Dopo di allora non ho fatto più nulla per dei mesi. Ora lavoro presso la Centrale del latte e sono una collaboratrice. Non ho un contratto scritto perché l’accordo preso è stato verbale. Per la verità io ho iniziato a collaborare con la Centrale del latte già nell’agosto dell’anno scorso e allora già ci andava una mia amica che, appunto, non aveva un contratto scritto. Lei però, che già aveva avuto esperienza di promotrice presso altre aziende per 10-15 giorni e non era stata pagata, mi ha assicurato che la Centrale del latte era seria e che comunque dovevo tranquillizzarmi che sarei stata pagata.
A me viene data ogni volta una lettera di presentazione alla ditta in cui vado a operare e poi una lettera d’incarico su carta intestata e questo mi fa sentire coperta, però il contratto non ce l’ho. L’unico problema è che i soldi li ricevo non entro il giorno 15 del terzo mese dopo aver fatto la mia prestazione, ma alla fine del terzo mese. Questa è l’unica cosa che non hanno rispettato fra quelle che mi hanno garantito a voce. Faccio qualche giornata al mese e non ho mai capito se la mia sia da considerarsi una collaborazione coordinata e continuativa o una collaborazione occasionale. Mi è anche capitato di dover saltare un mese.
Ora mi sono iscritta al primo anno di scienze ambientali.
A me fa comodo non avere un contratto e non essere così obbligata ad andare al lavoro tutti i giorni. Questa situazione mi consente di dire di no o di dire di sì a seconda che il tipo di lavoro o il luogo in cui mi mandano mi piacciono o meno.
Mi sento perciò molto libera. Chiaramente, se fossi nella condizione di dovermi mantenere da sola non potrei certo fare discorsi di questo tipo, ma dovrei assicurarmi un lavoro che mi garantisse uno stipendio a fine mese.
Più che sentirmi sola mi sento molto disinformata e questo mi mette in difficoltà perché spesso non so come agire.
Io ho cercato più volte di fare il part time, ma le varie agenzie cui mi sono rivolta mi hanno detto che difficilmente a loro giungono richieste in tal senso dalle aziende, e questo è un vero peccato perché molte ragazze e donne sarebbero disposte a farlo.
So di essere usata dalle agenzie interinali e ciò che mi propongo è di non esserlo più quanto prima, però a tutti coloro che hanno difficoltà nel trovare un ingresso nel mercato del lavoro consiglio di fare questo percorso
".
11 - Lavoratore interinale: "Lavorare un mese sì e un mese no mi fa sentire libero, solo che vengo considerato un estraneo dagli altri lavoratori ".

"Ho 26 anni e ho un diploma di maturità scientifica. Dopo il diploma ha frequentato l’università, ma poi ho abbandonato gli studi; ho provato a fare l’operaio lavorando in nero e un anno fa, quando sono apparse le agenzie interinali, mi sono rivolto a loro. A ottobre dell’anno scorso sono stato chiamato per un colloquio e poi ho iniziato la mia esperienza di lavoratore interinale. Per i primi due mesi sono stato assunto come operaio nella zona di Dalmine, nel bergamasco, e devo dire che mi sono trovato bene. Lavoravo su macchine rotative. Queste agenzie funzionano bene, il primo giorno il responsabile mi ha spiegato tutti i miei diritti e mi ha presentato all’impresa e l’impatto per me non è stato forte. Ero in compagnia di altri due ragazzi che erano nella mia stessa condizione. Poi però, dopo un mese mi sono licenziato e ho avuto qualche problema perché non ho dato il preavviso in modo che l’agenzia potesse sostituirmi. Quando ho fatto la lettera di disdetta l’agenzia mi ha pagato salario e tredicesima riconoscendomi tutti i miei diritti. L’unico motivo di disaccordo è che volevano che io lavorassi anche il sabato, però questo non era scritto sul contratto e dopo questo screzio io ho deciso di smettere.
Devo dire che non c’è mai stata una coerenza tra quelle che sono le mie caratteristiche e quanto l’agenzia interinale mi ha proposto.
Ho fatto anche un corso regionale di grafica su computer ma questo non mi ha dato modo di inserirmi nel mercato del lavoro come tale. In genere, in Brianza, le imprese cercano mulettisti e magazzinieri.
Dopo Dalmine, nell’aprile ‘99, ho lavorato a Cavenago Brianza per conto della Siemens; anche qui ho fatto il contratto di un mese come operaio e ho accettato anche perché ero vicino a casa. Facevo i turni dalle sei alle due e dalle due alle dieci e la mia funzione era quella di tagliare dei cavi di cablaggio. Pure qui ci sono stato solo per 15 giorni; mi sono scoglionato perché un giorno, dopo che nessuno mi aveva affidato un lavoro preciso, mi è stato detto che mi vedevano stare con le mani in mano e che pertanto non ero più gradito. Mi sono allora rivolto all’agenzia interinale e poiché ero il primo caso del genere che gli capitava, mi hanno riconosciuto il salario di tutto il mese, però poi non mi hanno più chiamato.
Nel frattempo ho fatto altri corsi di specializzazione.
Ora ho un contratto a termine come operaio stipulato direttamente con un’azienda nel settore floreo-vivaistico.
Io ho interrotto gli studi da tempo, però ora sto pensando di riprenderli con un nuovo indirizzo. Ero iscritto a filosofia e ora voglio fare qualcos’altro, magari una laurea breve di tre anni.
Per me la flessibilità può rappresentare un metodo che può funzionare, ora la vedo ancora in fase di rodaggio. Io ho constatato che spedendo via fax il mio curriculum venivo contattato immediatamente da diverse agenzie interinali, anche se io poi rifiutato le proposte per motivi vari. E questo lo considero un fatto positivo. Forse ci vorrebbe che alla fine di un contratto fosse possibile avere garantito il rinnovo e in questo modo uno può contare sulla stabilità. L'obiettivo della flessibilità dovrebbe tenere conto dell’esigenza di una sistemazione duratura nel tempo.
A me il lavorare un mese sì e un mese no mi fa sentire libero o meglio, ho constatato che sarebbe possibile vivere così. Ho però anche constatato che alla fine vieni preso a calci in culo perché sei considerato l’ultimo arrivato. A te riservano i contratti senza specializzazione. Comunque per quanto mi riguarda non sono intenzionato a continuare su questa strada.
C’è da considerare anche il fatto che i lavoratori dipendenti delle aziende in cui vieni destinato a lavorare ti considerano un estraneo, cioè non riesci a stabilire con loro un rapporto di solidarietà dovendoci comunque stare per un periodo breve.
L’impatto iniziale è comunque sempre di estraniamento, aggravato dal fatto che come lavoratore interinale vieni chiamato a svolgere lavori estemporanei. Sarebbe bene che prima di accettare un determinato posto ti mettessero in condizioni di fare un sopralluogo per accertare le caratteristiche della mansione.
Comunque non mi sento affatto in una situazione costrittiva, il lavoro interinale lo faccio un po’ per libertà e un po’ per necessità, però non so dire dove finisca l’una e incominci l’altra. Rispetto a quando facevo il lavoro in nero credo di aver fatto un salto di qualità, sento di essere salito di un gradino nella scala sociale. Ora mi sento soggetto di un contratto e se è vero che non sempre c’è corrispondenza tra il lavoro che faccio e le mie aspirazioni, vengo rispettato nei miei diritti di lavoratore.
L’essere chiamati da più agenzie interinali è una buona cosa, però resta il fatto che poi vai a svolgere sempre mansioni medio-basse se non vanti una professionalità di alto livello. E questa professionalità ben difficilmente te la puoi conseguire se sei costretto a lavorare per un periodo in una fabbrica meccanica, poi in una tessile, poi di un altro settore ancora
".

12 - Donna titolare di partita Iva: "Dopo aver svolto molti mestieri mi sono proposta sul mercato vendendo la mia professionalità ".

"Io sono atipica perché sono una libera professionista titolare di partita Iva e faccio la consulente assicurativa. Sono una lavoratrice atipica dal ‘91. Ho fatto tante cose perché ho 47 anni, cioè, la traduttrice-interprete in un’azienda, poi mi sono messa a fare politica a tempo pieno, poi sono passata al sindacato come funzionaria presso un patronato, infine, per una serie di fatti concomitanti (dall’usura della vita d’apparato al matrimonio) e per un fatto psicologico, mi sono trasferita in Umbria e ho incominciato a fare la lavoratrice atipica. Dapprima ho collaborato come venditrice per una casa editrice, poi ho fatto traduzioni. Rientrata nella mia provincia di origine con una bambina e separata dal marito, mi sono inserita nel mondo assicurativo.
Dal momento che questo lavoro mi piaceva, nel corso degli anni mi sono costruita una prospettiva in questo settore.
Rispetto a quando ero una lavoratrice dipendente, ora che sono atipica posso dire di aver acquisito una maggiore soddisfazione professionale, la possibilità di sperimentare la mia creatività e di esprimere la mia personalità. Una volta stabilito che devo fare polizze e devo procurare all’assicurazione più clienti possibili, posso decidere io in che modo fare, cosa privilegiare, ecc.. C’è poi il vantaggio che è comune a molte donne come me, separate con figli, quello cioè di regolare l’orario degli impegni lavorativi in maniera elastica in modo di poter assistere o stare assieme a mia figlia. Mi posso prendere anche un pomeriggio di libertà se occorre. Ovviamente, accanto a questi vantaggi, l’essere atipici comporta un peggioramento sul piano della tutela dei diritti. La contrattazione avviene di fatto a livello individuale, nel senso che ognuno la stabilisce in base alle proprie capacità professionali e alla propria capacità di farsi valere.
Nel dovermi convertire professionalmente e nel ricercare una nuova occupazione non ho avuto nessun ausilio da parte di altre persone o soggetti e ho dovuto contare sulle mie proprie forze. Mi sono immessa sul mercato e ho venduto la mia professionalità all’azienda che ne aveva bisogno. Io, ad esempio, non sono una venditrice di polizze, ma faccio la consulente assicurativa e questo perché ho capito per tempo che mentre il venditore di polizze era un mestiere in decadenza, il consulente assicurativo era una figura professionale emergente. Il consulente non si limita a fare il contratto assicurativo, ma costruisce con il cliente la sua posizione, fotografa le sue necessità, fa il contratto personalizzato, poi lo segue nel tempo assistendolo nel sinistro e facendogli da consulente permanente.
In genere un lavoratore atipico si trova nella condizione di cambiare spesso mansione, datore e luogo di lavoro, io invece mi sono posta l’obiettivo di conseguire una collocazione che fosse stabile nella sua atipicità, perciò mi sono specializzata
".

13 - Socio-dipendente di cooperativa: "Mi sento un imprenditore sociale e lavoro 10-12 ore al giorno senza che le ore in più mi vengano retribuite ".

"Io sono assunto dalla mia cooperativa come socio-dipendente e considero il mio un rapporto di lavoro atipico.
Gestire una cooperativa comporta dover provvedere a tante cose come la ricerca di mercato, la progettazione, l’implementazione dell’attività, ecc. e questo lo si deve fare spesso oltre il normale orario di lavoro. Io credo che se si togliesse questa caratteristica alle cooperative sociali significherebbe snaturarle e farle morire.
Nelle cooperative è impossibile che ci sia una larga base di lavoratori dipendenti, c’è invece e ci deve essere necessariamente molto lavoro volontario e poi c’è anche molto lavoro a tempo determinato.
Io mi sento un imprenditore sociale e per questo lavoro in media 10-12 ore al giorno senza che le ore in più mi vengano retribuite.
Scopo della cooperativa non è il profitto, ma è invece l’utilità sociale.
Resta però pacifico che nonostante questo tu non puoi tralasciare di fare i conti con il mercato e con le sue leggi. Se tu produci e vuoi vendere un prodotto o un servizio devi fare i conti con la concorrenza, devi cioè confrontarti paritariamente con le imprese private che operano nel tuo stesso campo e con queste devi competere sia in termini di qualità di ciò che fai sia in termini di costi.
Bisogna ammettere che anche certe cooperative ‘rosse’ si comportano in questo modo, cioè pur di poter lavorare sono disposte ad abbassare le offerte di appalto compromettendo così il rispetto dei diritti dei lavoratori. E’ anche questo un fenomeno che andrebbe valutato a fondo e non superficialmente come spesso si fa. Esistono infatti cooperative che hanno decine di dipendenti e nel momento in cui perdono l’appalto si trovano nella condizione di non garantire loro il lavoro e quindi il salario. Di fronte a quel rischio, anche alcuni compagni ricorrono al ‘taglio dei prezzi’, magari con gli stessi dipendenti della cooperativa d’accordo nel compiere questa operazione pur di continuare a lavorare. E’ in sostanza l’inesorabile legge del mercato che piega i pur nobili fini del cooperativismo.
Deve essere il socio di cooperativa che liberamente decide di dedicare del tempo in più all’attività che svolge, dopo che la cooperativa stessa gli garantisce il salario dovuto e tutti i diritti che gli spettano.
Occorre ricordare che una cooperativa sociale non ha a sua disposizione altri capitali che quelli dei soci-lavoratori. Essa si sviluppa proprio in forza della loro attività e dedizione e per poter reggere non può permettersi di pagare gli straordinari.
Al presidente di cooperativa non viene in tasca nulla se dà o meno mille lire in più all’ora al socio oppure se rispetta o no il contratto collettivo di lavoro; egli però può evitare di violare le normative solo se la pubblica amministrazione per cui lavora lo mette in condizioni di riconoscere il dovuto ai soci-lavoratori della cooperativa.
A differenza di altre figure del lavoro atipico, il socio-lavoratore di cooperativa ha almeno il diritto, sulla carta visto che spesso non viene rispettato o esercitato, di partecipare alla vita della cooperativa e quindi di esprimere un voto in seno al consiglio di amministrazione.
L’aspetto negativo è che da noi, ma non solo qui, la generalità delle persone preferiscono fare il dipendente piuttosto che l’imprenditore cooperativo, si accontentano di fare le 7-8 ore e poi tornarsene a casa senza più pensare al lavoro.
Esiste cioè un problema di carattere culturale prima ancora che operativo.
Comunque nessuno viene obbligato a diventare socio-lavoratore. Nelle cooperative ci sono anche i semplici dipendenti i quali, mentre dal punto di vista salariale hanno pari diritti del socio-lavoratore, non possono partecipare all’assemblea del consiglio di amministrazione
".

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